Atleti al tuo fianco: Carmen Turlea

Parlare di lotta contro il cancro ponendo l’attenzione su aspetti della vita quotidiana, mentre si dialoga di sport con atleti professionisti: questa è la sfida lanciata da “Atleti al tuo fianco”. L’iniziativa è guidata dal dottor Alberto Tagliapietra, medico chirurgo con DAF in psico-oncologia, e patrocinata dall’associazione Arenbì Onlus. Entra a far parte di questa squadra Carmen Turlea, campionessa della pallavolo che ha vinto per due volte lo scudetto con le maglie della Foppapedretti Bergamo e del Rivervolley Piacenza.

Carmen, con Atleti al tuo fianco la pallavolo diventa spunto per conoscere meglio le emozioni delle persone che affrontano una vita quotidiana con un tumore, dando voce a situazioni non sempre ben conosciute. Per avvicinarci a questo tema, partiamo da te stessa: raccontaci una caratteristica che ritieni non si sappia di te, perché dal campo di volley non hai avuto modo di trasmetterla a chi ti osservava da fuori.

Credo che dal campo io abbia sempre dato la sensazione di essere una persona forte, sicura di me stessa, come fossi sempre tranquilla e serena. Io devo però confessare che fondamentalmente sono una persona molto timida e introversa; questo in certe situazioni mi ha anche un po’ penalizzata, perché non sempre sono riuscita a comunicarlo nel modo giusto. Alcune volte la mia riservatezza credo sia stata interpretata come l’atteggiamento di una che voleva farsi principalmente i fatti suoi, invece è sempre stata la mia timidezza a spingermi a non entrare nelle situazioni che non riguardassero direttamente me. Questo è ciò che mi viene da dire, mettendo a frutto l’opportunità di un’intervista con la quale raccontiamo principalmente le emozioni della vita, nello sport e in oncologia.

Vero, questo è proprio l’obiettivo. Raccontiamo ora una situazione di vita quotidiana che una diagnosi di tumore spinge a conoscere: una persona che si ammala di cancro comprende che vi è una separazione tra tutti gli impegni e le preoccupazioni cliniche e tanti problemi anche nella vita quotidiana, che non riguardano direttamente l’aspetto terapeutico. Si è chiamati a sviluppare velocemente nella vita di ogni giorno una caratteristica importante che si chiama adattamento. Si è infetti sì limitati in tante situazioni che non possono più essere come prima, nella gestione delle abitudini e attività di ogni giorno, ma è importante mantenere attivo ciò che si riesce ancora a fare rispetto a ciò in cui si viene limitati. Nel periodo storico di lotta al Covid-19 è un aspetto ben conosciuto dall’intera società, che cerca di salvare ciò che può fare in un ampio spettro di riduzione di attività per la sicurezza sanitaria globale. Da pallavolista tu hai cambiato molto spesso maglia, squadra e città: raccontaci in quale modo tu hai affrontato le situazioni nuove alle quali ti dovevi abituare, facendo dell’adattamento una dote allenata e di conseguenza una risorsa.

È vero, io ho fatto tantissimi cambiamenti e non solo nello sport, ma iniziando sin da piccolina ho sempre cambiato scuola ogni due anni, i miei genitori si sono trasferiti di città, quindi io mi sono affacciata ai cambiamenti molto molto spesso sin da bambina. Cambiare non è mai facile, adattarsi alle nuove situazioni, riprendere sempre da capo, farsi conoscere, conoscere, adattarsi all’ambiente in cui si va ad integrarsi: è molto difficile e ci vuole veramente tanta flessibilità. Tante volte io proprio per la mia timidezza mi sono sentita in difficoltà, perché non riuscivo a integrarmi fin da subito col gruppo, perché non riuscivo a farmi conoscere. Non è stato facile imparare l’adattamento e tuttora che sono grande a volte mi trovo con le stesse sensazioni di tanti anni fa di fronte alle novità e ai cambiamenti. Fondamentalmente devi trovare una centratura dentro di te che ti permetta veramente di essere autentica, essere te stessa in qualsiasi ambiente tu vada, saper anche accettare magari un rifiuto perché non sempre tutte le persone sono disposte ad accoglierti. Questo modo mi ha dato moltissima forza, perché sono riuscita a capire che al di là di chi o cosa mi trovassi davanti, c’era qualcosa su cui potevo sempre contare ed era me stessa.

Analizziamo il principio di questa stessa situazione trasportandolo in metafora sul campo. Tu sei un’atleta che è stata chiamata a mettere giù la palla, come si dice nel gergo del volley. Da pallavolista sei quindi stata una che obbligava al pallone di andare dove tu decidessi forzando qualsiasi situazione e privilegiando le tue personali caratteristiche o la pallavolo ti ha obbligata nel tuo ruolo ad accettare che ogni volta dovessi essere pronta ad adattare il tuo gesto alle variabili imprevedibili dell’alzata, che ne dava una direzione ogni volta unica, e del muro che ti trovassi davanti?

La seconda variante senza dubbio racconta meglio la realtà: io avevo un’idea mia strutturata sull’analisi dei punti di forza e di debolezza dell’avversario e quindi portavo dentro di me un modo di attaccare già stabilito, ma il più delle volte c’erano situazioni in cui tutti questi calcoli dovevano essere rivalutati in un solo attimo in cui prendere la decisione migliore in base alla palla in arrivo. È chiaro quindi che anche qui ci vuole tanta flessibilità, grande capacità di cogliere l’attimo e di sfruttarlo al meglio: questo la pallavolo lo insegna bene e lo impari portandolo anche fuori dal campo.

Entriamo ora su un tema di attualità molto forte, legato a questo 2020 che sta condizionando pesantemente la realtà di prevenzione, diagnosi, terapia e assistenza in oncologia. In questo momento, nei pazienti che stanno venendo curati per un tumore e nelle persone che abitualmente si sottopongono ai programmi di screening per prevenzione oncologica, ci sono delle limitazioni rispetto ai canoni e protocolli applicati abitualmente prima dell’era covid-19. Alcune cose sono state modificate, altre sono temporaneamente non possibili: l’ingresso di una pandemia nello scenario della sanità globale ha rivoluzionato il complesso sistema organizzato, toccando anche l’oncologia. Nelle situazioni nelle quali non è stato speso il tempo necessario per aiutare le famiglie a comprendere tutto questo si sta vivendo un sentimento molto doloroso, che risponde al nome di esclusione. Sono molti i pazienti che infatti lamentano meno considerazione nel loro percorso di malattia e cura ora che vi è molta necessaria attenzione al contrasto del coronavirus. Comprendere è il contrario di escludere: ci dobbiamo impegnare per aiutare queste persone a capire i diversi fattori di rischio, senza mai farli sentire esclusi dal miglior servizio sanitario possibile che la storia della loro vita merita alla pari della prevenzione globale. Ti è mai capitato di vivere nella tua lunga carriera sportiva di vivere una sensazione di esclusione dalla squadra dovuta anche ad una carenza di dialogo in merito?

La storia della mia vita e della mia carriera sportiva alcune volte, anzi molto spesso, penso di poterle definire inseparabili. Mi sono sicuramente capitati episodi di sensazione di esclusione nella quotidianità, di una strana e non necessaria distinzione tra me e persone incontrate per una differenza di origine territoriale, ma senza dubbio la pallavolo e tutto il suo mondo ha accolto e colmato massivamente qualsiasi episodio disagevole io possa avere vissuto. Anche sul campo però ho affrontato una vicenda che ha lasciato un segno che ancora ricordo con dispiacere: è stata la stagione in cui io sono andata a giocare a Chieri. In quell’anno avevo cambiato ruolo: dall’opposto sono passata a fare il posto 4 perché mi ero convinta che in quel modo avrei potuto giocare con più probabilità ai massimi livelli, essendo uno lo slot per l’opposto e due per le schiacciatrici. Sembra incredibile, ma adesso che ci ripenso, mi sono creata io un cambiamento ulteriore nei cambiamenti già presenti. La squadra in cui sono andata a giocare ha affrontato una campagna acquisti molto importante, con atlete di ottimo livello tutte presenti nella stessa rosa. L’allenatore giustamente aveva le persone di cui si fidava di più perché aveva già lavorato con loro, quindi preferiva qualcun’altra al posto mio: trovo questo accettabile, un tecnico è giusto faccia le proprie scelte. Così io mi sono ritrovata in panchina, ma senza la possibilità di guadagnarmi spazio se avessi lavorato bene, il mio ruolo era dichiaratamente di seconda scelta. Chiesi allora alla società, visto che c’era intenzione di puntare su di me, di lasciarmi libera di andare in un’altra squadra dove poter esprimere il mio valore sul campo. La risposta fu irremovibile nel voler tenermi nella squadra, nonostante il mio ruolo fosse esclusivamente di rincalzo. Passai la stagione in quel ruolo e in quella situazione che oggi penso di poter chiamare “esclusione”, un’esperienza negativa che mi ha tolto entusiasmo e sicurezze.

E hai mai vissuto l’esclusione forzata non per una scelta umana ma per una condizione più grande di te e di chiunque altro, come ad esempio un infortunio?

Sotto questo aspetto devo ammettere che sono stata molto fortunata, in vent’anni di carriera professionistica io ho avuto solo una distorsione alla caviglia. Quindi non ho mai avuto dei grossi infortuni, non ho mai avuto momenti in cui abbia dovuto saltare un evento importante vedendomi esclusa dal mio destino: in questo ammetto che sia stato un grande dono al mio percorso sportivo.

Un terzo elemento che oggi analizziamo con te, molto presente nella vita quotidiana delle persone che affrontano un percorso oncologico, è l’incertezza. A volte vuole dire incertezza di proiezione futura, e questa è una cosa che va affrontata con il giusto supporto psiconcologico perché non sconvolga totalmente la vita. Altre volte significa incertezza quotidiana, in attesa di un referto, dopo una terapia i cui effetti collaterali non sai quanto influenzeranno la giornata, o se riuscirai a dormire bene o avrai comparsa di dolore. L’incertezza è molto presente anche oggi nella società, sconvolta dal Covid-19 che non siamo ancora riusciti ad affrontare con efficacia: vivere l’instabilità spaventa e fa stare male, un paziente oncologico e la sua famiglia se ne rendono conto ogni giorno. Entriamo nella pallavolo: tante partite si decidono in alcuni punti e scambi importanti, che rompono l’equilibrio dei set e danno al match la direzione concreta che verrà poi raccontata dal risultato. Raccontaci come dentro di te, opposto chiamata ad attaccare i palloni più importanti, gestissi la consapevolezza di un momento incerto che diventava centro in base a quello che avresti fatto tu con le tue schiacciate.

Una cosa che io ho imparato soprattutto dallo sport e che mi sono portata anche nella mia vita è che se non rischi non vinci. In tante situazioni in cui sapevo che la palla mi stesse per arrivare era, come si dice in gergo, la palla che scotta, mi è capitato anche di essere titubante e di prendere una decisione sul momento. Ma se analizzo a ritroso la storia dei palloni messi a terra, la maggior parte delle volte la mia mente era libera da condizionamenti e da ragionamenti. Quindi la mia attenzione si è concentrata sul fare il meglio possibile quel che fossi chiamata a compiere, concentrarmi sulla mia liberazione della mente dal timore di fallire quel pallone e fidandomi del mio intuito, del mio percorso, di me stessa. La tua forza interiore è qualcosa che non si improvvisa ed è una risorsa importante in questi casi, anche oltre il volley, quando la vita ti presenta situazioni importanti in cui devi prendere delle decisioni pesanti. Io cerco di attaccarle come quei palloni che decidevano gli incontri: con la mente libera e la fiducia in me stessa, in quello che sono e che faccio.

E quando invece le incertezze non nascevano dalla situazione del campo ma dalla condizione della tua vita, tu sei riuscita in qualche modo a creare delle bolle di isolamento nelle quali essere un’atleta efficiente e prestazionale, tenendo momentaneamente distanti problemi e pensieri che avrebbero in quell’istante soltanto potuto danneggiare la tua resa agonistica?

Devo dire di sì, anche se non sempre: quando sei più giovane non hai l’esperienza necessaria per riuscire con efficacia in questo. In alcune situazioni che ti capitano fuori dal campo c’è tanto della tua vita, dei tuoi affetti, delle tue priorità; però al tempo stesso anche l’allenamento e la gara sono sempre stati il mio lavoro, quindi ho cercato di concentrarmi con il doveroso impegno verso di loro, beneficiandone sia come resa sportiva, sia nella mia stessa testa. Questa condizione mi è venuta senza dubbio meglio da metà carriera in avanti, quando ero più esperta e anche più matura: per me il campo era un modo di esprimere me stessa, i miei talenti, quindi dentro al rettangolo di gioco mi lasciavo andare e permettevo all’amore verso questo sport di uscire. Forse era il mio modo di parlare: visto che con le parole non ero molto brava, ho lasciato che fosse la pallavolo a permettermi di esprimere tutto quanto sentissi dentro.

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