Atleti al tuo fianco: Lara Magoni

Parlare di cancro in maniera libera con sportivi professionisti, ponendo la luce su aspetti della quotidianità di chi sta combattendo un tumore mentre si dialoga di sport: questa è la scommessa che lancia il progetto “Atleti al tuo fianco”, guidato dal dottor Alberto Tagliapietra, medico chirurgo con DAF in psico-oncologia e patrocinato dalla associazione Arenbì Onlus. La sfida è stata raccolta dalla campionessa di sci alpino Lara Magoni, medaglia d’argento ai Mondiali 1997 di Sestriere.

Ciao Lara, benvenuta nella squadra di Atleti al tuo fianco. In questo progetto parliamo di alcuni aspetti della vita quotidiana di chi combatte un tumore, prendendo spunto da situazioni sportive. Per iniziare, raccontaci qualcosa che non conosciamo: lo sci è uno sport stagionale, si segue la vita degli atleti nel periodo invernale, poco si sa della vostra quotidianità nel resto dell’anno. Come si svolge la vita di una sciatrice professionista quando la stagione di coppa del mondo non è in corso?

Sicuramente è una vita splendida, ancor più oggi che ho terminato da diversi anni la fase agonistica mi rendo conto di essere stata una persona fortunata. La stagione di una sciatrice professionista non finisce mai: ad aprile concludi le gare, hai tempo per fare una vacanza breve per ricaricare le pile, poi ricominci subito a lavorare con la preparazione atletica e quella sciistica sui ghiacciai. Chi fa sci alpino non ha mai tempi lunghi di pausa, perché in 60 secondi devi dare tutto, perciò l’allenamento è fondamentale per essere performante in un solo minuto. Negli ultimi anni essendo cambiato il clima, le nazionali europee si trasferiscono in Argentina per trovare l’inverno e allenarsi nelle condizioni che troveranno poi sulle Alpi a dicembre. Questo è di per sé un vantaggio per la vita di uno sciatore: chi pratica lo sci alpino infatti gira il mondo, e io sono profondamente grata a questo sport per avermi dato la possibilità di farlo.

Nella mente di una persona che affronta il cancro è importante mantenere lontani i dubbi: se essi si infiltrano nei pensieri, diventa molto più difficile combattere le difficoltà quotidiane e gli effetti collaterali delle terapie senza una reale garanzia del successo finale. Tu da sciatrice hai affrontato gravi infortuni quando eri giovanissima, tra cui per tre volte la rottura del tendine d’Achille. Allora non potevi ancora certo sapere che ti avrebbe in futuro aspettato l’argento mondiale: in quei momenti, ti ha mai sfiorato nella mente che tutti gli sforzi e i dolori che stavi vivendo fossero inutili?

Io credo che ogni sportivo che nella propria vita abbia raggiunto traguardi importanti, sia passato da momenti difficili in cui ha messo in dubbio la prosecuzione del suo percorso. Questi infortuni che ho affrontato sono senza dubbio gravi, ma li ho sempre considerati risolvibili proprio perché gravi sono altre cose. Anche se sono passati molti anni, mi ricordo però molto bene che quando mi facevo male, sentivo forte nella mia testa l’idea che gli obiettivi che mi ero posta non fossero ancora stati raggiunti. Mi dicevo: “Mi son fatta male? Fa niente. Sarà più difficile ma ci devo riuscire”. Volevo dimostrare a tutti i costi a me stessa di essere in grado non solo di tornare in pista, ma anche di convertire in realtà quello che partiva come idea nella mia mente.

In Italia, più del 60% delle persone che ricevono una diagnosi di cancro, riesce a guarire. Molte persone, una volta raggiunta la guarigione, si devono confrontare sia con una vita da riprendersi in mano sia con nuove difficoltà inattese: la paura degli esami di controllo, delle recidive, la sensazione di non essere all’altezza di una nuova esistenza. La psico-oncologia lavora molto su una positiva ri-acquisizione della vita da guariti, puntando non su quanto ora tu abbia da perdere ma su quel che ora puoi spendere e impiegare. Nello sci alpino, alcune volte nella seconda manche si scia meglio quando nella prima si è fatto un cattivo piazzamento. Tu eri una sciatrice che rendeva meglio nelle seconde manche quando eri andata male nella prima e non avevi nulla da perdere o quando partivi da una buona posizione, con la pressione dell’eventuale peggioramento?

Io andavo bene quando la mia testa stava bene, a prescindere dal risultato della prima manche. Il mio anno migliore fu il 1997, con una vittoria e altri tre podi in Coppa del Mondo e l’argento ai Mondiali. Sono arrivata sul podio partendo settima dalla prima manche, sono arrivata al primo posto partendo prima dalla prima manche. Quindi a mio parere, non è la situazione che fa la differenza ma tu, la tua mente, la tua preparazione sulla situazione. Per riuscire a vincere nello sci, devi avere la capacità di gestire una grande quantità di emozioni, e diventa un grandissimo allenamento anche per la vita: secondo me chi ha praticato o pratica attività agonistica ad alti livelli ha dei vantaggi dalla scuola che lo sport gli offre. Mi rendo conto che stiamo comunque parlando di due realtà separate, uno slalom è un conto, il cancro è un altro. Lo posso dire da persona che ha affrontato e sconfitto un tumore nel 2004, ma anche da donna che ha visto morire il proprio marito e entrambi i miei genitori a causa del cancro. So quanto sia difficile tutto questo, so che periodi devastanti debba affrontare chi combatte il cancro, non stiamo banalizzando questo. Però lo sport mi ha aiutata in tutto questo, mi ha aiutata tantissimo.

Il tempo è un elemento che ha una grande importanza in entrambi questi ambiti. L’oncologia presenta momenti di svolta dopo lunghi periodi di sacrificio e difficoltà. Bisogna mantenere la mente lucida nei tempi di profonda sofferenza perché essi trovano il loro senso nel miglioramento che a volte può essere improvviso, a volte lungamente atteso. Tu hai scritto la tua più grande impresa ai Mondiali del Sestriere nel 1997, quando dopo una prima manche dello slalom speciale chiusa al 7° posto, ti sei trovata al primo intermedio in ritardo di 43 centesimi e da lì in avanti hai svoltato, scrivendo la storia della tua vita sportiva e andando a vincere l’argento alle spalle di Deborah Compagnoni. Come si può far svoltare un settimo posto in un argento mondiale nel giro di 40 secondi e scrivere improvvisamente la migliore pagina sportiva della propria vita?

Lì era una tattica, perché si trattava di una gara molto difficile da gestire e il mio allenatore mi disse: Lara, fai attenzione perché nella prima fase è necessario essere cauti, stare attenti a non inforcare e soprattutto porre attenzione al ghiaccio che rischia di farti scivolare. Dall’intermedio in giù, fai la tua gara. Al traguardo mi sono trovata con 55 centesimi di vantaggio, ho recuperato un secondo complessivamente; dopo di me diverse atlete sono scivolate sul ghiaccio, il resto è storia. La preparazione mentale in quella gara fu basilare, ho avuto un bravissimo allenatore di poche parole ma di consigli importanti. Lui mi diceva “All’inizio rotonda, da metà a manetta”. Poche parole, chiare, piene di risorse a cui attingere nel momento decisivo in pista. Un bravissimo allenatore è in grado di guidare la tua mente e di farti svoltare in maniera decisiva in pochi secondi.

Le persone che ti stanno vicino sono determinanti: mentre affronti il tumore rappresentano una grossa parte delle tue certezze affettive e fisiche. Si instaura un legame nuovo, particolare, che anche se vive momenti molto difficili tra dolore e paura, si fortifica nella gioia del recupero, della guarigione e anche nel ricordo terapeutico. Quanto sono state importanti per te le persone che componevano la tua squadra, il tuo staff, coloro che ti accompagnavano fino al cancelletto di partenza?

Fondamentali, ma non solo loro. Io sono molto cristiana, proprio pochi istanti fa ero ad un santuario a ringraziare Dio per tutta la mia vita. Tutto quello che sono oggi lo devo a due genitori splendidi, di una famiglia semplicissima: la mia mamma operaia, il mio papà muratore, appassionato di sci. Loro mi hanno insegnato delle cose straordinarie, primo fra tutti il rispetto, per gli altri, per chi ti sta vicino. Loro avevano chiaro nella testa che da soli non si può arrivare da nessuna parte e ancora oggi io cerco di prendere e assimilare più cose possibile da chi mi sta vicino. Lo sci è uno sport di un singolo che porta in pista una squadra: ce l’allenatore, lo skiman, il fisioterapista e un sacco di altre figure che ti stanno vicino e ti accompagnano fino al cancelletto, dove sei fisicamente da sola. Io quando ho affrontato il cancro, mi sono sentita come al cancelletto di partenza: da sola ma con un grandissimo sostegno da chi mi stava vicino, pronta a buttarmi nel vuoto della pista da affrontare. Ciò che mi è stato insegnato quando invece io sono stata vicino a chi lo combatteva, soprattutto da mio marito che era una persona molto colta, con un grandissimo desiderio di vivere, è quanto sia bello vedere ogni giorno spuntare il sole. A questo penso spesso, soprattutto quando mi sfiora il pensiero che ho avuto parecchie sfighe nella mia vita. No, non è vero, sono una persona molto fortunata, che ha ricevuto tanto, tantissimo. Ne sono sicura.

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