Atleti al tuo fianco: Vincenzo Abbagnale

La ricerca di un momento di riflessione profondo sulla vita delle persone che ogni giorno combattono il cancro è l’obiettivo dichiarato di “Atleti al tuo fianco”. Guidato dal dott. Alberto Tagliapietra, medico chirurgo con DAF in psico-oncologia e patrocinato Arenbì Onlus, questo progetto coinvolge atleti della storia e del presente dello sport italiano in dialoghi incentrati sulle emozioni, che grazie alla metafora sportiva, si trasferiscono dall’agonismo all’oncologia. Entra a fare parte della squadra di Atleti al tuo fianco Vincenzo Abbagnale, campione del mondo di Canottaggio nella categoria “due con” ai Campionati Mondiali Assoluti nel 2013 in Corea del Sud.

Benvenuto nel progetto “Atleti al tuo fianco” Vincenzo, la tua esperienza e le tue emozioni nel canottaggio ci offriranno lo spunto per conoscere meglio la vita quotidiana delle famiglie che affrontano un tumore. Iniziamo a conoscerti meglio come uomo concentrandoci sulla tua quotidianità: raccontaci come si svolge la tua giornata tipo.

La mia giornata tipo si compone in gran parte di allenamenti: due volte al giorno ho sessioni di training, con un po’ di riposo alla domenica dove ne faccio solo una. Già di primo mattino sono impegnato ad allenarmi fino alle 10, dopo il quale c’è una fase di stacco anche per fare un po’ di socialità con i compagni ed amici. Dopo pranzo si riparte con gli allenamenti che riempiono così la giornata, con 7 ore almeno di attività intensa per prepararci tutti al meglio per le competizioni: sono cicli intensi, ma che ho il piacere di fare in uno sport che amo.

Ogni persona matura un’individuale relazione con il dialogo: alcune persone preferiscono raccontare il proprio percorso di malattia e parlarne, altre usano il dialogo per distrarsi e parlare d’altro, alcuni amano anche il silenzio e la riflessione individuale. Ciò che conta è rispettare ogni identità, rimanendo vicini, presenti e disponibili a condividere un percorso anche attraverso l’ascolto. Nella tua famiglia il canottaggio è presente in maniera dominante: nel tuo percorso di crescita sportivo, è un tema che hai accolto con piacere nei dialoghi con i tuoi parenti o preferivi che si parlasse d’altro?

Devo considerare che questo sport è presente da sempre in tutto il mio nucleo familiare e questa la trovo una fortuna, perché senza dubbio mi ha instradato già da piccolo nella sua cultura e nella sua pratica. Sicuramente però quando ero ragazzino, preferivo che i nostri dialoghi fossero basati su altro: infatti provavo fastidio quando l’argomento delle conversazioni era il canottaggio, non mi piaceva neanche parlarne con il mio papà. Credo che fosse una forma tipicamente adolescenziale, in cui hai il desiderio di ritagliarti degli spazi anche personali, individuali rispetto a ciò che ti circonda; tutto ciò senza perdere il piacere di ciò che stessi facendo. Poi crescendo, ho imparato che il dialogo è una cosa molto importante, il confronto dei punti di vista non mi ha più infastidito e l’ho trovato un grande valore. Ciò non toglie che in certi momenti è molto bello anche staccare la mente dal pensiero costante, fa del bene prima di tutto alla nostra persona variare gli stimoli di cui ci circondiamo, per cui sono felice anche quando dedichiamo tempo a chiacchierare amabilmente di situazioni che non hanno a che fare con il canottaggio, per il puro piacere di scambiare e stare insieme.

Remare insieme nella stessa direzione è un’espressione che spesso viene usata nel linguaggio abituale ma anche in oncologia, quando le emozioni diverse e distinte di ogni persona nel nucleo familiare devono trovare un obiettivo comune per sintonizzarsi e vivere un percorso di condivisione costruttiva. Non è facile, ma quando questo avviene, le storie svoltano. Raccontaci però tu quanto sia importante, nel tuo sport, remare concentrati e sincronizzati.

Per forza di cose quando tu remi devi essere concentrato su quello che fai: ci sono così tanti dettagli da curare che poi è difficile perdere la concentrazione e magari pensare a tutt’altro. Eppure mentre remi ci possono essere dei pensieri improvvisi che ti destabilizzano nella sincronia, anche per questo devi allenare la tua mente e non solo il tuo corpo. Bisogna essere concentrati su ogni minimo gesto per farlo al meglio: la remata sembra una cosa ciclica, sempre uguale, ma è solo il prodotto finale dell’unione di tanti piccoli e determinanti dettagli, che ognuno di noi deve amalgamare con il resto dell’equipaggio. L’efficacia quindi è data da un insieme di singoli molto attenti a curare i dettagli, che unendosi formano quel sincronismo che permette di ottenere il massimo movimento dal gesto e dallo sforzo compiuto. Ogni tanto penso a questo anch’io quando vedo il percorso che sta facendo il mio amico e collega Filippo Mondelli, che nella sua vita sta affrontando un percorso con un tumore osseo che lo ha fermato dall’attività. Io vedo il suo impegno e la sua dedizione per tornare ad allenarsi, vivo le sue emozioni sentendolo spesso e facendo il tifo per lui e con lui. È un grandissimo atleta e un uomo straordinario, con il quale anche noi proviamo a remare con lui per raggiungere il traguardo più grande che mai avremmo pensato lui dovesse trovarsi a puntare.

Aiutare le famiglie a rimanere concentrate sull’unicità del proprio percorso è un obiettivo fondamentale: diagnosi simili possono avere percorsi diversi, terapie distinte, esiti differenti. Basarsi su quanto già vissuto da altri che hanno affrontato un tumore pone a volte dubbi che fanno del male alla mente e alla fiducia nel rapporto medico-paziente: ogni persona ha un percorso unico, ogni tumore è una diagnosi unica. Vincenzo, mentre voi remate, la vostra concentrazione è legata a voi stessi o si mette in relazione con quanto stanno facendo le altre imbarcazioni a voi circostanti?

Ogni equipaggio che si trovi ad affrontare una gara, si pone l’obiettivo di realizzare un tempo su un percorso da completare: entrano quindi in relazione due fattori importanti nel nostro sport, il cronometro e la distanza. Ognuno di noi ha in mente l’obiettivo di realizzare il miglior tempo possibile, ma ciò non significa nel corso del tragitto tirare sempre al massimo per ridurre il tempo. La strategia infatti diventa un altro grande elemento su cui poggiare il raggiungimento dell’obiettivo: spesso infatti gli equipaggi si equivalgono, sono cioè in grado tutti di fare un determinato tempo. Ciò che però rende unica ogni squadra rispetto ad un’altra è come si pone all’interno di un percorso che è uguale per tutti ma può essere affrontato in maniera totalmente diversa da ogni imbarcazione. Per questo poi nelle nostre gare possono essere i secondi a fare la differenza, o addirittura i decimi o i centesimi di secondo. Distanza e tempo sono la base sulla quale ognuno di noi costruisce la sua gara, concentrato sulla propria strategia. Senza dubbio, essendo una competizione in contemporanea, la lettura della strategia degli avversari è comunque importante: può esserci un cambio di tattica in corso di gara, ma sicuramente non viene stravolta l’identità stabilita della propria prestazione. È un mix, un equilibrio tra preparazione e adattabilità, che ti porta a vivere una competizione sia come equipaggio verso gli stessi obiettivi interni posti, sia con gli altri equipaggi sulla gara vera e propria che viaggia parallelamente e stabilisce il risultato finale.

Una diagnosi di tumore interrompe percorsi di vita, stravolge gli obiettivi e mette in seria difficoltà non solo sul piano clinico ma anche sull’orientamento dei propri pensieri: ci si sente senza riferimenti, svuotati, arrabbiati. Il valore del tempo dedicato alla cura delle emozioni dei pazienti e dei familiari in lotta contro il cancro è enorme e ogni giorno ce ne possiamo e dobbiamo ricordare. Nella tua esperienza sportiva hai dovuto rinunciare a un’Olimpiade per un lieve ritardo di qualche minuto all’antidoping: come hai vissuto la sensazione di perdere una certezza che ti eri costruito?

Sicuramente nella mia carriera questo episodio rappresenta una ferita aperta: io l’ho vissuta come una sciagura, sebbene riesca a comprendere quanto questa parola sia distante da un percorso di malattia come vive chi affronta un tumore, che è incommensurabilmente più difficile da accettare e al cui confronto la mia disgrazia diventa una sciocchezza. Nel momento in cui mi è successo però io ho sentito il mondo cadermi addosso: mi stavo preparando per quell’olimpiade con la massima potenzialità espressa. Eravamo già qualificati e per quel mio ritardo tutto l’equipaggio è stato smontato e ricollocato: alcuni di loro sono comunque riusciti a prendere la medaglia. Per la delusione io ho vissuto momenti nei quali mi rifiutavo anche di allenarmi, per me era finito tutto. Mi sentivo vuoto dentro e ogni cosa mi sembrava non avesse uno scopo: avevo un obiettivo per il quale stavo vivendo e lottando con tutto me stesso, me lo hanno tolto e io non avevo più riferimenti dentro di me. Mi ci è voluto un mese per recuperare una sorta di consapevolezza che mi mettesse davanti la realtà: avevo perso un’Olimpiade, ma avevo davanti ancora del tempo per rimboccarmi le maniche per nuovi obiettivi da costruire negli anni. L’estate che ho passato nel momento delle Olimpiadi devo dire ha avuto anche delle sfumature positive: tanti amici mi sono stati vicini, mi hanno aiutato a risollevarmi, a rimettermi in piedi per riprendere a camminare. Anche grazie a loro a settembre ho ritrovato le motivazioni per riprendere un percorso direzionato alimentato anche da uno spirito di rivalsa. Certo, mi è sempre rimasto dentro il brutto ricordo di quell’episodio e di quanto mi sia costato vedere un obiettivo sfumarmi tra le mani, ma da quella situazione ne sono comunque uscito maturato, come atleta e come uomo.

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