Atleti al tuo fianco: Vincenzo Esposito e Giacomo Devecchi

Raccontarsi come sportivi per aiutare chi sta affrontando il cancro: questo è in sintesi il progetto “Atleti al tuo fianco”, guidato dal dott. Alberto Tagliapietra, medico chirurgo con diploma d’alta formazione in psico-oncologia, e patrocinato da Arenbì Onlus. Gli atleti rispondono a domande mirate per raccontare aspetti particolari della propria disciplina e offrire spunti di ispirazione e reazione per chi si trova a vivere la quotidianità affrontando un tumore. Entrano a far parte di questa squadra di atleti Vincenzo Esposito e Giacomo Devecchi, allenatore e capitano della Dinamo Sassari Basket.

Vincenzo e Giacomo, benvenuti nella squadra di Atleti al tuo fianco, dove lo sport e la vostra storia agonistica diventano strumento di divulgazione oncologica. Partiamo, per raccontare la quotidianità di chi affronta un tumore, da un concetto fondamentale della psico-oncologia: il rapporto che ogni paziente ha con la propria casa. Per sostenere le cure, molto spesso le persone sono chiamate infatti a lasciare le mura domestiche per tempi variabili, a volte lunghi, altre volte brevi ma ripetuti. È fondamentale comprendere i disagi emotivi che questa difficoltà comporta, sommandosi a numerosi altri pensieri. Il rientro a casa è un obiettivo costante nella mente delle persone: quando si realizza, è un momento di gioia.
Vincenzo, tu hai provato l’ebbrezza di giocare e allenare sia nella tua città di nascita, Caserta, sia lontano da essa: cambia qualcosa in questo senso per un professionista della pallacanestro?

Quando ho iniziato il mio percorso da giocatore di basket professionista, io ho giocato per dieci stagioni consecutive con la maglia della mia città, Caserta. È ovvio che iniziare la propria carriera in un posto che conosci, in cui hai amici e affetti, si pensa possa essere d’aiuto, ma non è detto che sia sempre così. Non è matematico infatti che giocando o allenando a casa, tu renda di più. Certo, raggiungere e festeggiare obiettivi importanti sotto gli occhi delle persone che conosci sin da bambino e all’interno della società in cui sei cresciuto è il massimo a cui una persona che vive di basket possa aspirare. Però va anche detto che, in questi casi, insieme alle soddisfazioni aumentano di pari passo anche le pressioni e le responsabilità, che andando a lavorare lontano da casa si fanno sentire di meno. La cosa più importante, in entrambe le situazioni, è riuscire a trovare sempre un proprio equilibrio, circondandosi di persone fidate, sulle quali potere appoggiarsi nei momenti di difficoltà. Questo ovviamente è uno sforzo che, per concretizzarsi, deve partire da te in prima persona.

È fondamentale che medici e staff sanitario, col costante aiuto di vere e proprie truppe di volontari, si diano da fare per migliorare la qualità della vita di un paziente e dei suoi familiari mentre è ricoverato. Ricreare un ambiente che faccia sentire accolti e accompagnati, permette alle persone di superare il disagio emotivo della lontananza da casa. Giacomo, tu sei il capitano di Sassari e da molti anni vivi in Sardegna, nonostante le tue origini siano lombarde. Possiamo dire che tu qui ti senta come se fossi a casa?

GIACOMO DEVECCHI: Sicuramente, dopo più di dieci anni che abito qui, considero Sassari casa mia: posso dire che le mie radici lombarde siano state trapiantate e abbiano trovato terreno molto fertile qui. Il rapporto con la città e la società è sempre stato ottimo, con il tempo si sono create delle amicizie e dei legami importanti. La società da questo punto di vista ha lavorato molto bene negli anni, ne è un esempio il fatto che a Sassari noi giocatori abitiamo tutti nello stesso palazzo; pertanto, anche un giocatore straniero che arriva dall’altra parte del mondo, in un momento di necessità può far conto sugli altri giocatori che si trovano lì da più tempo. La vicinanza è un aspetto molto importante per chi è costretto a spostarsi spesso. La società ha fatto di tutto per mettere i giocatori a proprio agio e nelle condizioni di rendere al meglio in campo, anche accogliendo relativi parenti e fidanzate: si cerca cioè di creare una grande famiglia che preservi l’unità del gruppo, aspetto fondamentale in uno sport di squadra. Questa cura dei dettagli, permette di sentirci in qualche modo a casa, ad avere quindi uno stato d’animo di partenza migliore in ogni nostra giornata.

Per una persona che affronta un lungo percorso di terapie oncologiche, le difficoltà sono molto variabili. Alcune volte ci sono piccoli obiettivi quotidiani da raggiungere,  altre volte si vede la propria intera vita messa in discussione. Nonostante ciò che è in palio sia quindi di diverso valore, è fondamentale analizzare a fondo ogni singola difficoltà e capire come affrontarla, altrimenti si rischia di finire affondati da situazioni che appaiono banali rispetto alle altre. Vincenzo, passiamo al basket: una squadra come Sassari affronta nell’arco della stagione gare di regular season, partite di gironi in Europa, sfide ad eliminazione diretta in coppa o anche match al meglio delle sette partite. Da allenatore, come si gestisce la tensione dei propri giocatori di fronte a sfide in cui la vittoria ha un valore e un peso diversi?

V.E.: Gli obiettivi vanno analizzati, valutati e divisi tra quelli a breve, a medio e a lungo termine. Questo concetto va spiegato alla squadra nelle varie fasi dell’annata: dal precampionato alle sfide finali, passando per la regular season. Da questo punto di vista sono fondamentali i dati statistici: i numeri aiutano a renderti conto di come e quanto stai rendendo nel corso della stagione, a che distanza sei dall’obiettivo prefissato. Sono senza dubbio importanti gli obiettivi personali, ma prima di essi vanno privilegiati quelli di squadra. Se in un determinato momento della stagione la squadra sta girando bene, bisogna far capire al singolo giocatore che, anche se dal punto di vista statistico magari il rendimento individuale non è ottimale, questi sta dando un contributo a raggiungere l’obiettivo comune, che resta la cosa più importante. Credo quindi che il lavoro impostato per obiettivi, individuali e/o di squadra, sia uno dei capisaldi organizzativi di un team sportivo.
Lo stesso aspetto è vero anche al contrario: se un giocatore è in un momento di ottima forma ma la squadra sta vivendo un momento di crisi, è importante che lui metta da parte le sue statistiche personali per andare a dare una mano in altri settori. Lavorare ponendosi obiettivi durante il corso della stagione è un metodo che aiuta il singolo e, a lungo andare, anche la squadra nel raggiungimento dell’obiettivo comune. Qualunque sia il peso specifico di una partita, ciò che va perseguito è il raggiungimento dell’obiettivo preposto e per cui ci si è preparati: la vittoria, è solo una diretta conseguenza del lavoro sugli obiettivi stessi.

Spesso in oncologia lo stato d’animo di una persona o di un suo familiare è pesantemente influenzato dalle condizioni di salute del momento. Eppure, il lungo percorso presenta costanti variazioni nello stato di salute quotidiano: è fondamentale non lasciarsi trascinare verso il basso dai giorni difficili, che hanno una potenzialità annichilente della voglia di vivere e di reagire. Ogni guarigione è passata attraverso momenti di difficoltà profonda. Giacomo, a Sassari avete scritto la storia vincendo lo scudetto nella stagione 2014-’15; eppure nella decisiva gara 7 in finale contro Reggio Emilia, dopo il primo quarto vi trovavate sotto 21-4. Come si mantiene nel basket la lucidità e la compattezza in un momento del genere, quando le evidenze sembrano rendere irraggiungibile un obiettivo, che poi invece avete conquistato?

G.D.: Quanto successo durante quella partita ha sicuramente un’importanza in quanto tale, ma potrebbe anche essere la metafora di una stagione, o addirittura di un’intera carriera. In una situazione come quella, quando tutto il lavoro e per certi aspetti anche il sogno sembrano compromessi, lo strumento attraverso il quale cercare la reazione deve essere la consapevolezza: dei propri mezzi e del lavoro svolto. In quanto sportivi, noi ci alleniamo ogni giorno per affrontare queste situazioni e, in un certo senso, viviamo di questi momenti: è ben comprensibile che per una persona che si ammala di cancro, tutto questo è molto più complesso, sia perché in palio si vede la propria vita, sia perché non si è allenati a dover affrontare simili sfide. In quella specifica partita, noi conoscevamo il nostro valore: le ore di allenamento in vista di quel traguardo erano state spese in modo adeguato e, avendo già vissuto esperienze simili nell’arco della stagione e in particolare dei play off stessi, sapevamo che le partite possono subire svolte improvvise con cambi di risultato sorprendenti. A volte basta davvero poco, un tiro fortunato, un rimbalzo recuperato che sembrava perso, per infondere quella fiducia necessaria per compiere una grande impresa. La condizione necessaria è il lavoro di squadra, restare uniti anche nelle situazioni difficili che il campo ti pone davanti. La positività è contagiosa: a volte basta che un solo giocatore riesca a riacquisirla per far sì che la trasmetta a tutti i compagni. Certamente, il tutto deve basarsi su dati reali, altrimenti prende la forma dell’illusione; ma quando è l’esito stesso ad essere ancora incerto, è su quell’incertezza che la tua determinazione deve essere alimentata dalla possibilità positiva.

La parola è uno strumento indispensabile in psiconcologia: essa infatti è lo strumento per dare una forma percepibile e ben identificabile alle emozioni che si vivono nel proprio interno. Senza la parola, esse appaiono confuse e poco indagabili: venire guidati ad esprimere dubbi, paure, speranze, obiettivi, difficoltà, aiuta a mettere ordine all’interno del proprio animo. Vincenzo, in quale modo la parola diviene strumento per un allenatore di basket, che spesso ha un solo minuto per poterla usare all’interno dei momenti di difficoltà delle sfide cestistiche?

V.E.: Credo che anche per un allenatore la parola sia un mezzo fondamentale. Quello che si vede nel tempo disponibile di un time-out, arriva dopo un lungo lavoro svolto, tramite la parola, durante tutta la settimana. Non puoi spendere il time-out semplicemente descrivendo una situazione tecnica, alzare o abbassare la voce per stimolare i ragazzi se durante la settimana non hai utilizzato con efficacia la parola: quel minuto deve raccogliere i vari concetti espressi in precedenza per dare stimolo ai giocatori. È fondamentale che in allenamento si usi la parola per comunicare al singolo e alla squadra nella dovuta maniera, affinché non si arrivi impreparati nel momento importante, che può essere il time-out, in cui magari pensi “ora alzo la voce”, “ora faccio questa correzione tecnica”: senza un lungo lavoro a monte non si ottiene a valle l’effetto desiderato. In base a come hai agito con il singolo giocatore durante l’allenamento settimanale, saprai come comportarti nel momento della prestazione: se sei stato molto pressante, il time-out può essere un buon momento per “lasciare la presa”, se al contrario sei stato troppo “soft” per determinati motivi, può esserlo per alzare la voce.
Lo stesso vale per il discorso tecnico: se durante la settimana non hai utilizzato la parola per indirizzare la squadra in una direzione, non puoi pensare di farlo nel poco tempo del time-out: è chiaro che in quella situazione la squadra può reagire, ma è molto più probabile che “sbandi” a causa dello stress e della maggiore tensione.
Quello che succede in partita deve essere coerente con quanto accaduto prima: puoi fare un discorso di incoraggiamento pre-partita per stimolare i ragazzi solo se ci sono state le settimane e i mesi prima in cui sei stato più che disponibile con la parola ad andar loro incontro: altrimenti, verrebbe colto dai giocatori come un gesto ipocrita e poco significativo.
L’essere stato, prima che allenatore, un cestista di un certo livello, aumenta la sintonia tra me e i giocatori che alleno: le mie esperienze passate, sportive e non, mi hanno migliorato nel sapere raggiungere, mediante parole ben pesate e studiate, il cuore degli uomini che alleno, prima ancora che la loro testa.
Ci sono situazioni in cui ogni parola detta viene rivestita di una grandissima importanza: a seconda di quali scegliamo, abbiamo il potere di sollevare una persona dalla difficoltà, anche la più profonda.

La parola non è solo strumento di espressione delle proprie emozioni interne, ma è anche un mezzo di relazione con le persone ammalate di cancro. Molti si sentono però in difficoltà quando devono parlare con un amico ammalato perché non sanno bene cosa dire. È importante capire che non c’è nulla di straordinario da dire, non c’è niente da risolvere con le parole: è semplicemente importante dare valore al legame umano attraverso l’uso della parola come espressione di presenza, di vicinanza. Non si è chiamati ad essere eroi, ma semplicemente persone vicino ad altre persone. Giacomo, negli ultimi campionati il tuo minutaggio medio a gara si è attestato tra i 5 e i 10 minuti sul campo: come si esercita un ruolo nel quale si entra sul parquet di gioco per poco tempo, resistendo alla tentazione di doversi trasformare eroe in quei pochi secondi di possesso palla ed inserendosi con umiltà e dedizione nei meccanismi di squadra? 

G.D.: In tutti i team vincenti c’è una suddivisione del minutaggio tra i giocatori che non è equa, e questo è un po’ il segreto delle grandi squadre: ci sono gerarchie, giocatori che hanno più responsabilità, più qualità, che trascorrono in campo più tempo, e giocatori “specialisti”, con meno minuti a disposizione. Questa seconda categoria è quella a cui ho sempre appartenuto io; si tratta di essere consapevoli del proprio ruolo all’interno della squadra. Non è facile entrare in campo e dare il proprio contributo in un intervallo di tempo così limitato, ma bisogna essere pronti a dare il 100%, accettando di mettere il proprio mattoncino, magari piccolo, senza il quale però la squadra non riuscirebbe a costruire il muro finale. Tutti vorrebbero giocare l’intera partita, ma bisogna avere la consapevolezza che i grandi obiettivi si raggiungono con il lavoro di squadra che, come detto in precedenza, è un meccanismo ben oliato in cui ognuno è un ingranaggio che con umiltà è chiamato a fare la propria parte. Volendo paragonare la grandezza di un ingranaggio al minutaggio di un atleta possiamo dire che tutti gli ingranaggi, dal più grande al più piccolo, hanno la stessa importanza nel funzionamento finale: se uno di questi, non importa quale, smette di girare, il meccanismo si inceppa.
Questo io l’ho metabolizzato da anni, e cerco di trasmetterlo anche ai compagni di spogliatoio più giovani che, è comprensibile, scalpitano per entrare in campo.
Ancora oggi prima di ogni match mi ripeto la frase che un compagno di squadra più anziano mi disse quindici anni fa, al momento del mio ingresso sul rettangolo di gioco: “Guarda Jack, questa partita non devi vincerla tu, pensa solo a fare la tua parte con serenità”; in quell’occasione il mio pari-ruolo si era infortunato e io, allora soltanto diciottenne, ero chiamato a sostituirlo per tutta la durata della partita. Con quelle poche parole quel giocatore era riuscito a infondermi la fiducia e la tranquillità necessaria per disputare una grande gara. È esattamente così: non siamo chiamati ad essere eroi, ma semplicemente ad essere uomini: sembra riduttivo, invece è davvero profondamente importante farlo.

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