Atleti al tuo fianco: Antonio ed Emanuele Filippini

Si può dialogare di momenti di vita sportiva per offrire spunti di riflessione sulle difficoltà della quotidianità di chi combatte contro un tumore? Questa è la scommessa che offre  il progetto “Atleti al tuo fianco”, guidato dal  dottor Alberto Tagliapietra, medico chirurgo di Montichiari con DAF in psico-oncologia e patrocinato dalla associazione  Arenbì Onlus. Oggi prendono parte a questa iniziativa Antonio ed Emanuele Filippini, ex calciatori di serie A che hanno per anni vestito la maglia del Brescia, prima di vivere esperienze in Parma, Palermo, Lazio, Treviso, Bologna e Livorno.

Ciao Emanuele, ciao Antonio, benvenuti nel progetto «Atleti al tuo fianco». Parleremo con voi della vostra storia calcistica e della quotidianità di chi sta affrontando un tumore, sfruttando le vostre esperienze calcistiche per portare alla luce aspetti di vita quotidiana di chi combatte contro il cancro, che non sono sempre conosciuti. Prima di cominciare questo percorso insieme, raccontateci qualcosa di voi che riguardi la vostra vita ma che non sia connesso con la vostra carriera di calciatori per la quale tutti vi conosciamo.

EMANUELE FILIPPINI: Ciao a tutti, mi chiamo Emanuele Filippini e la prima cosa che mi sento di dire è che sono un gemello, questa è già una cosa particolare rispetto a tutte le altre persone. Dicono di me che sono una persona solare, socievole, in effetti non faccio fatica a legare con le altre persone. Nel tempo libero mi piace suonare la chitarra e giocare a tennis, il mio lavoro attuale è ancora nel calcio e faccio l’allenatore, questo per dire che mi tengo sempre in movimento; il mio ideale di vita è quello di non stare mai fermo, ispirandomi a un mio grande mito che è Bruce Springsteen: mi considero un «Born to run», nato per correre, perché non ci si deve mai fermare, questo è senza dubbio l’aspetto dominante che anima il mio spirito.

ANTONIO FILIPPINI: Io sono Antonio Filippini, ho 45 anni e vengo da Urago Mella, un quartiere alle porte di Brescia; fin da bambino ho tirato calci al pallone, ma anche nella mia vita fuori dai campi di calcio, la musica è sempre stato l’elemento dominante: suono la chitarra e canto, mi piace molto anche andare ad assistere a concerti rock. Ho calcato tanti palcoscenici suonando spesso per beneficenza, perché trovo sia importante occuparsi in qualche modo del prossimo, e a me è parso naturale farlo attraverso la musica. Senza dubbio, nella mia vita calcio e musica sono andate di pari passo, e anche per me Bruce Springsteen è un grande idolo.

Ci avviciniamo ora alle finalità del nostro incontro e parliamo di una situazione frequente quando si affronta un tumore: i ricoveri lontano da casa. Ciò comporta un distacco forzato sia da alcune persone la cui vicinanza immediata farebbe bene, sia da aspetti anche materiali cui si è abituati, come ad esempio il proprio cuscino. Tu Emanuele hai svolto gran parte della tua carriera sportiva potendo vivere a casa, da bresciano a Brescia, con Antonio, quindi anche con un elemento della famiglia nella condivisione sportiva; poi un giorno ti sei trasferito a Parma, da dove poi ti sei spostato in varie città italiane. Ti è mai capitato di vivere situazioni lontane da casa in cui sentissi bisogno di un familiare vicino, in particolare in momenti delicati, e ti sei in qualche modo dovuto arrangiare emotivamente per superare certe difficoltà?

EF: Sì, è capitato in certe situazioni della mia storia agonistica perché inizialmente ero sempre stato vicino casa, ma quando mi sono trasferito, nei momenti di sconforto sportivo, ad esempio dopo una sconfitta imprevista,  hai bisogno di qualcuno vicino anche se resta tutto confinato all’aspetto calcistico. Se non c’è devi cercare di reagire, nel vero senso della parola: agire in risposta. Devi fare quello che hai possibilità di compiere per impedire al tuo stato d’animo di colonizzarti totalmente: organizzare una pizza con un compagno di squadra, ascoltare buona musica, guardare un film capace di coccolarti un po’ il morale, io facevo così. La cosa importante è mantenere sempre la mente pensante, come un alleato che propone alternative di fronte alle difficoltà, secondo me questa è una strategia che ti può aiutare.

Antonio, chi lotta contro un tumore, alcune volte si trova a combattere contro i segni di non miglioramento, dovendo essere aiutato a cercare dentro di sé i metodi più efficaci per reagire a queste situazioni difficili. Nella vostra vita da calciatori ad ogni inizio stagione, voi venivate messi in discussione e nei pronostici di formazione ideale figuravate in panchina; a fine anno poi eravate sempre tra i giocatori ad aver totalizzato più presenze, ribaltando le aspettative di inizio stagione. Qual è stato l’elemento che avete fatto scattare nella vostra testa per riuscire a lottare ogni anno con questa rimessa in discussione?

AF: La nostra caratteristica principale era la perseveranza, dentro e fuori dal campo: in quei casi la prima cosa che focalizzavo nella testa era la mia forza, dovevo essere consapevole del mio valore e su quali mie caratteristiche dovessi puntare. Una volta fissato questo, nella mia testa suonava la frase “Adesso ti faccio vedere io di che pasta sono fatto”, non ci stavo ad essere considerato meno di quel che valessi ma sapevo che solo rimboccandomi le maniche potevo raggiungere determinati obiettivi. La cosa difficile è stato riuscire a farlo ogni giorno, io ho sempre cercato di risuonarmi quella frase nella testa, come un mantra. È solo grazie a questa voglia di mostrare il mio valore che ho potuto giocare più partite e minuti di molti miei compagni considerati anche più forti di me. E così sono certo sia stato anche per Emanuele, in questo siamo sempre stati riferimento, sostegno ed esempio per l’altro.

EF: È verissimo: per quanto riguarda la nostra storia calcistica, la determinazione e la costanza hanno avuto un ruolo chiave. Determinazione non solo nei confronti degli avversari, ma anche verso l’apprendimento di nuove cose, ascoltando sempre l’allenatore per affrontare tutte gli aspetti sportivi che si presentassero. La costanza durante tutti gli allenamenti, durante tutte le partite, farmi trovare pronto quando il mister mi chiamava per giocare in qualsiasi situazione. Se lo fai una volta, dopo due giorni non lo fai, poi riprendi e interrompi di nuovo, non riesci a raggiungere gli obiettivi che ti poni. Abbiamo cercato di impiegare al meglio queste due caratteristiche che fanno parte della nostra indole, che ci ha aiutato a conquistare tutti gli anni il posto da titolare ottenendo obiettivi che per alcune persone esterne avrebbero potuto sembrare irraggiungibili.

Una situazione che un malato di cancro è importante impari a gestire, perché non diventi dilaniante, è l’attesa di un referto: spesso capita infatti che ci possa essere un prelievo di una porzione di tessuto corporeo che viene mandata ad analizzare e il paziente deve attendere del tempo per conoscere l’esito della valutazione di quel campione di cellule. Alcune volte le variabili che possono scaturire da quel referto sono determinanti, e l’attesa diventa un nemico da imparare a gestire attraverso la psico-oncologia. Antonio, nella tua vita sportiva, come hai gestito i momenti che ti separavano da un appuntamento importante, da un evento il cui risultato diventava decisivo per un’intera stagione?

AF: Nella settimana che mi separava da una partita determinante, di quelle da vincere ad ogni costo, ho sempre cercato di contenere l’impeto emotivo cercando di dare valore alle cose che abitualmente facevo anche senza un appuntamento tanto importante. La finalità non è di ingannare la mente, bensì difenderla dalle insidie della paura di ciò che stai aspettando, perché le energie che avresti consumato nell’angoscia sono in realtà energie importanti da utilizzare nel corso della sfida che ti attende. Certo che in certi momenti la tensione si fa sentire, ma è proprio in quegli istanti che serve prendersi cura del proprio animo, imparando a dargli i ritmi a cui è abituato per permettergli di distendersi. Quando sono riuscito ad attuare questa procedura, le mie prestazioni sono poi state molto positive.

In ambito oncologico, è molto diffusa l’abitudine di riportare ai pazienti percentuali di sopravvivenza ad una diagnosi, analizzando le storie precedenti riguardo ad un determinato tumore. Tuttavia, esistono molti pazienti che hanno scritto straordinarie storie di sopravvivenza e guarigione in situazioni in cui i numeri sembravano offrire poche speranze. Emanuele, focalizzandoci sul vostro percorso di crescita calcistica giovanile,  vi è mai capitato di sentirvi dire «beh, i gemelli Filippini sono forti, però sono piccoli, non possono diventare calciatori con questo fisico», riuscendo poi a ribaltare questo affrettato pronostico?

EF: Sì, ci è capitato molto spesso da ragazzini, perché eravamo effettivamente piccolini e lo siamo tutt’ora. Tanti dicevano «ma sì, riusciranno ad arrivare a giocare a bassi livelli»; poi facevamo la C2 e dicevano «eh, se non fossero così piccoli giocherebbero a livelli più alti», l’anno dopo in C1 «eh, vabbè, potranno giocare solo in C1». Tutto questo trovandoci poi ad aver totalizzato a fine carriera più di 500 presenze in Serie A in due. Queste persone non guardavano noi fino in fondo, ci confrontavano con le probabilità di altri; ma quando tu sfrutti le tue qualità, le tue caratteristiche, le metti al 100% sul campo, essere piccolo o grande significa poco, perché fortunatamente nel calcio possono giocare quelli grandi di 1.90 ma anche quelli un po’ più piccoli. Quindi è fondamentale mantenere equilibrio interiore di fronte ai numeri che raccontano storie di altre persone, capire che sono sì indicativi ma che non comprendono la tua singola capacità di scrivere la tua storia e trasformarla in un sogno che si concretizza.

Antonio, nella tua lunga carriera da calciatore, hai spesso indossato la maglia di squadre che lottavano per la salvezza, che spesso scendevano in campo contro avversari più forti e dovevano lottare con tutte le proprie energie per strappare un punto e proseguire la propria battaglia verso il sudato traguardo. Ti è mai capitato di vivere un momento di una stagione in cui tutto sembrava compromesso e invece una situazione inaspettata vi ha poi permesso di salvarvi?

AF: Quando giocavamo al Brescia, ci fu una stagione molto particolare, quella del 2001/’02; iniziammo bene il campionato, con diverse vittorie e una posizione di classifica tranquillissima. Successivamente, una serie di eventi nefasti si susseguirono l’uno con l’altro: si infortunò gravemente Roberto Baggio, che era senza dubbio il nostro punto di riferimento calcistico e carismatico, Pep Guardiola, altro leader del gruppo, venne squalificato per una positività all’esame antidoping, un incidente stradale strappò alla sua famiglia e a tutti noi un ragazzo straordinario come Vittorio Mero. Tutti questi eventi, compresa l’assenza prolungata di altri giocatori determinanti come Bachini, non solo penalizzarono i nostri risultati, ma inflissero una vera e propria mazzata al nostro morale e alla fiducia verso il nostro percorso. Ricordo che un giorno negli spogliatoi ci guardammo dritti negli occhi e capimmo, io e tutti gli altri, che di fronte all’accanimento degli eventi non dovessimo rispondere da calciatori ma da uomini. Da quel momento riuscimmo a risalire la classifica e, partita dopo partita, riuscimmo a salvare la squadra, dedicando quell’impresa a Vittorio Mero. Dopo quell’esperienza mi sono convinto ancora di più che quando una persona crolla e magari tocca il fondo della propria certezza e fiducia verso gli eventi, pur nella difficoltà e nella sensazione che tutto le sia avverso, è lì che questa persona può trovare la forza di reagire, di capire di partire da se stessa per farlo: la forza di reazione è una caratteristica della natura umana ed è un elemento estremamente potente, ma è chiaro che in quanto reazione è forzatamente conseguente ad un’avversità. La consapevolezza che un momento di estrema difficoltà possa presentarsi è importante, anche quando le cose vanno bene: bisogna sempre cercare di fissarsi in mente il proprio obiettivo finale perché si possano trovare le forze per raggiungerlo anche quando sono proprio le forze stesse che sembrano venire meno.

Emanuele, Vittorio Mero era non solo vostro compagno di squadra ma anche tuo compagno di stanza nei ritiri con il Brescia. Nella prima partita disputata a Lecce dopo la sua morte in incidente stradale, proprio tu così coinvolto per il legame che avevi con lui e per aver condiviso con Vittorio gli ultimi istanti prima dell’incidente, hai segnato il tuo primo gol in serie A, quello che nel finale certificava la vittoria allo stadio Via del Mare, su assist di Antonio. Il video di quel momento, con te in lacrime sdraiato in terra e tutti i tuoi compagni ad abbracciarti, è una delle emozioni più forti della storia del calcio italiano degli anni 2000. Ci racconti come hai vissuto quella delicata esperienza personale e di come hai trasformato quel dolore in energia?

EF: Mi ricordo che, quando ci siamo trasferiti a Lecce in ritiro, era il giorno dopo il funerale di Vittorio Mero; ho preferito stare da solo in camera, perché Vito era stato sempre il mio compagno di stanza e avevo bisogno di riflettere su certe cose, da solo nel mio mondo interiore. Il giorno della partita, io continuavo a ripetermi solo una cosa: «Vorrei cambiare mille situazioni di tutta questa vicenda, ma se c’è una sola cosa che è in mia possibilità di fare, è giocare con lo spirito che aveva Vittorio». Mero era un tipo solare, un energico ma al tempo stesso una persona spiritosa, con una grossa vitalità. E quindi quando sono entrato in campo mi sono detto «lascio fuori il dolore e cerco di trasformarlo in ciò che lui era, perché nell’assurdità di tutto ci possa comunque essere un modo per rendergli onore e giustizia». In tutto quello spirito, nel dolore che comunque non poteva cambiare, abbiamo raccolto una vittoria importante unita per me ad un’emozione straordinaria, il primo gol in serie A. Non è facile provare a mettere in disparte il dolore, perché sembra quasi fare un piccolo torto a chi si vorrebbe riportare vicino a noi; eppure, che sia un amico o un familiare a cui si era legati, ciò che si può fare è pensare a quali cose positive ci abbia lasciato e provare a metterle in pratica. Il dolore rimane, ma in qualche modo così si celebra non la morte ma la vita: noi con Vittorio ci siamo riusciti, grazie soprattutto a lui e alla sua capacità di mostrare i  suoi  valori positivi.

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