Atleti al tuo fianco: Gianni Bugno

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Raccontarsi come sportivi per aiutare chi sta affrontando il cancro: questo è in sintesi il progetto “Atleti al tuo fianco”, guidato dal dottor Alberto Tagliapietra, medico chirurgo con diploma d’alta formazione in psico-oncologia, e patrocinato da Arenbì Onlus. Gli atleti rispondono a domande mirate per raccontare momenti particolari della propria carriera e offrire spunti di ispirazione e reazione per chi si trova a vivere la quotidianità affrontando un tumore. Entra a far parte di questa squadra di atleti Gianni Bugno, leggenda del ciclismo italiano, vincitore del Giro d’Italia nel 1990 e di due campionati mondiali individuali consecutivi nel 1991 e 1992.

Gianni, benvenuto in “Atleti al tuo fianco”; la tua storia da ciclista oggi diventerà spunto per analizzare alcuni aspetti della vita di tutti i giorni di chi sta combattendo il cancro. Per avvicinarci a questo obiettivo, partiamo conoscendo la quotidianità di un ciclista: raccontaci come si svolgeva quella parte delle tue giornate quando non eri impegnato nelle gare, che il pubblico quindi non poteva vedere.

È passato tanto tempo da quando ho smesso di correre in bicicletta, però devo dire che mi ricordo quanto fosse importante la fase di allenamento per arrivare pronti alle gare. Al pubblico si può offrire come spettacolo solo le competizioni, ma un ciclista passa la sua vita in bicicletta soprattutto ad allenarsi, cosa che riempie le sue giornate quasi completamente. Certo questa situazione non è così diversa da chi fa qualsiasi lavoro a tempo pieno, però in questo caso tra trasferimenti e recuperi, il tempo da dedicare ad altre attività o passioni è pochissimo. Si condividono i momenti con la famiglia quando si riesce, ma neppure moltissimi. Ovviamente poi, una volta terminata l’attività agonistica, resta la passione: a quel punto la bicicletta torna ad essere soltanto un divertimento. Non che fare il ciclista professionista sia brutto, tutt’altro; però, la passione accompagna la nostra vita anche nella fase da professionisti, ma il divertimento puro con la bicicletta lo si riassapora una volta terminata la carriera da sportivi.

Una persona che sta affrontando le terapie contro il cancro, incontra giorno dopo giorno difficoltà connesse allo stadio di malattia, agli effetti collaterali dei farmaci, al proprio tono dell’umore. È fondamentale trovare strumenti e risorse per contrastare questa situazione, rimanendo concentrati sulle avversità singole e presenti: sommarle, rischia di farle apparire come insormontabili e preoccuparsi di difficoltà non del momento sposta la propria attenzione su ipotesi future, spesso ingigantite dalle proprie paure. Nella tua carriera da ciclista, hai affrontato tantissime corse a tappe, come il Giro d’Italia e il Tour de France: come preparavi la tua mente ad affrontare le differenti difficoltà sportive di percorsi così vari?

Quando inizi una corsa a tappe, sai che dovrai affrontare un tragitto lungo tre settimane, con difficoltà diverse, alcune prevedibili, altre inaspettate: non ci sono solo le differenze, ad esempio, tra una tappa cronometro e una tappa di montagna, il panorama è ben più complesso. In realtà io mi sono sempre concentrato sulla tappa che stavo svolgendo, almeno fino al taglio del traguardo. Anche perché la complessità sta non solo nella somma delle difficoltà stesse ma anche nel loro peso prese singolarmente: se sto affrontando la prima tappa in salita, non penso alla tappa di montagna prima di Milano, e se devo vincere una volata non penso alle energie che mi serviranno per la volata successiva. Certo, so che il tutto deve durare tre settimane, ma è sempre stato importante restare concentrato sulla difficoltà che mi trovavo davanti in quel preciso momento.

Tu hai vinto il Giro d’Italia nel 1990 indossando la Maglia Rosa dalla prima all’ultima tappa: fu la pianificazione di un’impresa o una successione di singoli obiettivi?

Lì è stata prima di tutto fortuna, nel senso che avere la Maglia Rosa dall’inizio alla fine non era certo una circostanza pianificata. Però anche in quella situazione, io mi ricordo che ogni giorno, semplicemente, al via della tappa io mi ripetevo di avere l’obiettivo di trovarmi alla sera ed averla ancora indosso, non certo pensare di portarla fino a Milano alla fine del Giro. Tappa per tappa, sono arrivato poi a Milano con la Maglia Rosa indosso, e così ho vinto il Giro d’Italia 1990.

Una condizione poco conosciuta da chi affronta un tumore è la “fatigue”: esistono momenti in cui la combinazione di malattia, terapie e difficoltà emotive, porta i pazienti ad un totale esaurimento energetico, a causa del quale risulta impossibile svolgere anche azioni molto banali. È importante soccorrere le persone per riprendersi da questa condizione e aiutarle a capire che in essa non c’è una propria colpevolezza, nemmeno nello stato depressivo che ne può conseguire: il percorso verso la guarigione infatti non è uniformemente progressivo ma formato da periodi positivi e momenti di profonda difficoltà. Nella tua carriera sportiva, nei momenti di estrema difficoltà fisica, in quale modo trovavi nella mente un supporto per proseguire nella corsa?

Intanto, devi fare in modo di aver fatto tutto bene in precedenza, devi esserti preparato bene sia fisicamente sia mentalmente alla possibilità della fatica: è utile fare un riepilogo nella tua testa dell’iter che ti ha portato ad arrivare a quel punto. Se poi il tuo cervello visualizza qualche inceppo o qualche input sbagliato, lo focalizza e dai una giustificazione al fatto che improvvisamente vai piano; se invece non hai una giustificazione, cerchi comunque di tenere duro e vai avanti. Alla fine, non è il fisico ma la tua mente a mostrare se ti sei allenato bene o meno: per questo vanno affrontate approfonditamente tutte le fasi del percorso che ti portano poi a gareggiare in quel momento. Non è da lì che giochi la tua corsa, ma da molto prima: quindi se ti sei preparato bene, trovi nella tua mente le risorse per superare quell’attimo di crisi che c’è in qualsiasi persona, in qualsiasi sport o disciplina. Nessuno è forte dall’inizio alla fine, in ogni situazione della vita, sport o malattia o altro ancora, esiste per tutti un momento, una fase di difficoltà da affrontare e superare con la tua testa, le tue convinzioni, la tua volontà. E non bisogna pensare che uno sportivo che vince un trofeo o una competizione, allora è forte e per lui è tutto facile: niente di più sbagliato. Anche lui, come tutti, ha i momenti di profonda difficoltà, sui quali costruire la reazione e la vittoria.

Per costruire passo dopo passo una reazione, una persona necessita di un nucleo familiare e uno staff sanitario competente e attento, che lo guidino e supportino nei momenti in cui il cancro sembra avere la meglio. Nelle tue imprese ciclistiche, quanto è stato importante poter contare su un gregario e su una squadra che ti affiancassero in maniera efficace nei momenti di difficoltà agonistica?

Diciamo che avere vicino a te un gregario e una squadra efficienti è molto importante, perché è ciò che ti permette di ottenere poi la vittoria: grazie a loro, tu ti puoi permettere di rimanere concentrato sulla stoccata vincente, e questo è stato un grande privilegio che ho avuto in alcune competizioni della mia storia ciclistica, come ad esempio i due titoli individuali di Campione del Mondo. Con un ottimo gregario, tu puoi gestire al meglio le risorse per giocarti la corsa nel momento decisivo con maggiori probabilità di successo. Così è stato anche per me.

Affrontare il cancro è un percorso lungo, spesso costellato di scelte e di bivi. Quando una direzione presa non sembra incoraggiante, le persone torturano la propria mente con il rimpianto di non aver scelto l’altra opzione. La psiconcologia aiuta a distinguere gli elementi veri dalle realtà alternative non confermabili, che spesso vengono immaginate come certamente migliori. Convivere serenamente con le situazioni del passato aiuta ad affrontare con determinazione la realtà presente. Tu nel 1991 e 1992 hai raggiunto il secondo e terzo posto al Tour de France, mancando la vittoria di poco. In entrambi i casi, pochi mesi dopo ti sei laureato Campione del Mondo individuale. Il mancato successo al Tour de France è stato per te un ostacolo in più da superare o una risorsa su cui fondare la voglia di riscatto?

Rammarichi ne ho avuti, certo, ma io ho fatto quello che potevo in quei due Tour de France. Però poi mi sono concentrato di nuovo su quel che potessi realmente fare, ovvero giocarmi il titolo mondiale, pensando solo ed esclusivamente a quello. Sono pienamente d’accordo sul fatto che tutte le sconfitte servano per costruire una vittoria: la sconfitta è un mattone, a volte pesante, che tu hai a disposizione per creare un appoggio su cui fondare la tua crescita e il raggiungimento della vittoria. È lo strumento che ti serve per migliorarti: può arrivare una, due o dieci volte, dipende anche da te questo. Non esiste nel mondo una persona che non abbia provato il senso della sconfitta dentro di sé, perché non nasciamo vincitori ma perdenti. E proprio dalle primissime sconfitte, dalle cadute, dagli errori che creiamo l’apprendimento e il miglioramento per raggiungere le vittorie e gli obiettivi che ci siamo posti. Comprendere questo aiuta, per fare pace con le proprie sconfitte e per concentrarsi sugli obiettivi di vittoria nelle sfide a seguire.

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