Atleti al tuo fianco: Nicola Sansone

Parlare di lotta contro il cancro ponendo l’attenzione su aspetti della vita quotidiana, mentre si dialoga di sport con atleti professionisti: questa è la sfida lanciata da “Atleti al tuo fianco”. L’iniziativa è guidata dal dottor Alberto Tagliapietra, medico chirurgo con DAF in psico-oncologia, e patrocinata dall’associazione Arenbì Onlus. Entra a far parte di questa squadra Nicola Sansone, calciatore del Bologna F.C. e della Nazionale Italiana.

Nicola, la tua esperienza calcistica diventa strumento per raccontare le emozioni e le difficoltà che conosce una persona che affronta un tumore maligno. Permettici però di conoscerti un po’ meglio, per entrare nel clima di intima confidenza che accompagna questa iniziativa: raccontaci qualcosa di te legato alla tua vita di ogni giorno.

Mi chiamo Nicola Sansone, ho 27 anni e amo giocare a calcio, che è diventato il lavoro della mia vita. Alcune volte noi calciatori veniamo visti come delle persone lontane dalla vita comune, come se fossimo delle star. Certo, in campo tanti fanno il tifo per noi e quando riusciamo a far esultare contemporaneamente i nostri tifosi, è una sensazione molto bella, ma in realtà, io mi sento una persona normale e me ne rendo conto in tutto ciò che faccio al di fuori del campo da calcio. A me fa stare bene essere in compagnia della mia famiglia, uscire con gli amici che reputo fondamentali per la mia vita, giocare con mia figlia o portare a passeggio il cane: la mia serata perfetta è un film o una serie tv con mia moglie. Credo di essere una persona con passioni normali, simili a quelle di molti altri miei coetanei.

Parliamo di un primo aspetto delle persone che vivono un percorso in oncologia: la distanza da casa. A volte per curarsi è necessario allontanarsi da dove si vive, per dei ricoveri prolungati o per spostarsi in centri specializzati. È una difficoltà ulteriore per lo stato d’animo di una persona, soprattutto nei momenti in cui vorresti avere vicino a te persone che possono essere a centinaia di chilometri di distanza. Raccontaci come funziona per un calciatore: nella tua costruzione della carriera sportiva, quali emozioni hai vissuto allontanandoti da casa? E cosa ti ha fatto sentire come se fossi a casa?

Per un giovane calciatore, allontanarsi dalla famiglia può essere non facile ma secondo me è molto utile, niente a che vedere con la difficoltà di un ricovero forzatamente distante. Penso che sia sì importante crescere con la famiglia, perché ti insegna i valori e ti trasmette i principi, ma al momento di intraprendere una strada, allontanarsi è utile perché ti fa crescere, ti costringe a diventare indipendente. Alla base di tutto c’è comunque poi sempre il ritorno alla famiglia, che è la casa dei sentimenti. Per questo è fondamentale capire che quando una persona viene costretta ad allontanarsi da casa, ancor più se per delle cure mediche o per un ricovero prolungato, ciò che può aiutare a superare il disagio della distanza è ricevere affetto dalle persone che ti circondano, anche se non del tuo nucleo familiare, come potrebbero essere degli infermieri o dei volontari. Nella mia vita, sono riuscito a non sentire la nostalgia della mia famiglia quando sono stato circondato da persone nuove ma che mi volevano bene: magari non si risolvono i problemi, però fa sentire che c’è qualcuno che vuole prendersi cura di te, questo ti aiuta nel profondo dell’animo a sentirti meglio.

Hai detto bene, infermieri, volontari ma anche medici, fisioterapisti e tanti altri ancora: sono molte le figure che per una persona ammalata diventano di contatto quotidiano, come fossero familiari. È importante costruire giorno dopo giorno un senso di sicurezza che sostenga il rapporto fra il paziente e chi lo circonda, per potersi fidare nei momenti di difficoltà. Quanto conta per te Nicola avere un allenatore di cui ti fidi totalmente, per riuscire a sentirti sicuro quando scendi in campo?

Questa è a mio parere la cosa più importante nel nostro lavoro: l’allenatore è la tua guida, è come un genitore e questo la dice lunga su quanto sia importante il senso di fiducia. Chi ha in pugno la direzione del tuo percorso, in ogni ambito, è una persona nelle cui mani tu sei chiamato ad affidarti. Noi calciatori vi riponiamo la nostra crescita, i nostri risultati e obiettivi, ma una persona che si sta curando pone la propria vita nelle mani dello staff medico. Se tu senti che le persone a cui ti devi consegnare sono meritevoli della tua fiducia, non solo riuscirai ad affidarti ma saprai affrontare bene quel che ti viene proposto, riuscendo a dare il meglio di te.

Per lo stesso principio, un nemico molto insidioso per una famiglia che affronta una diagnosi di tumore è il dubbio: quando esso si insinua nelle pieghe della mente, è in grado di destabilizzare ogni certezza del buon rapporto medico-paziente. Per questo, la comunicazione è uno strumento fondamentale: parlando, confrontandosi e illustrando le perplessità, si devono chiarire tutti i dubbi affinché non prenda vita il senso di sfiducia, verso l’equipe medica ma anche verso se stessi e le proprie scelte. Tu, nella tua vita da atleta, hai conosciuto anche episodi nei quali la fiducia nei tuoi confronti non è stata al massimo: il Bayern Monaco non ti rinnovò il contratto e anche in Spagna al Villareal ci sono stati periodi in cui eri in campo e altri in cui stavi molto in panchina. Come gestisci da calciatore quei momenti in cui senti possa prendere vita il senso di sfiducia?

La mente è uno strumento anche per il calciatore, che compie sì le sue azioni con i piedi ma non solo. Se senti di ricevere fiducia, la tua mente è facilitata nei suoi compiti; quando questa viene a mancare, qualsiasi giocata provi, sembra sempre molto più difficile del consueto. Se poi finisci in panchina o in tribuna, l’evidenza è ancora più dura. Per un calciatore, sono momenti non facili perché rischi di essere tu di conseguenza a non provare più fiducia nei tuoi mezzi, devi essere molto stabile mentalmente. Devi sempre crederci, accorgendoti che se sei arrivato in una squadra è per i mezzi che hai; può esserci un periodo in cui non scendi in campo, ma appena ne avrai l’opportunità, anche solo per dieci minuti, devi farti trovare pronto a spendere quei mezzi. Perché questo succeda, c’è solo una strada: devi sempre allenarti al meglio, comportandoti da valido professionista. In questo modo, mantieni stabilità in quello che vali, preparandoti per il momento in cui sarai chiamato a offrirlo sul campo, sfruttando al meglio l’occasione concessa.

Nella tua carriera, ti è mai capitato un momento di dubbio emotivo in cui hai pensato di aver sbagliato ogni scelta e di sentirti azzerato nel tuo valore?

Sì, mi è capitato proprio nell’ultima esperienza prima di venire a Bologna, in questi primi sei mesi della stagione in Spagna: ero finito, mentalmente e umanamente. Da punto di vista calcistico sono riuscito a custodire un equilibrio: ho avuto la capacità di mantenere la consapevolezza di avere delle qualità, ma non sono le tue abilità sportive e calcistiche ad essere in discussione, è più un aspetto mentale, addirittura umano nel suo insieme. Ora sento di aver scelto bene e di aver rimesso in moto le mie potenzialità, agonistiche e umane.

Il senso di colpa è un elemento irrazionale ma molto presente nella vita di una persona ammalata di tumore. Nonostante ci sia la consapevolezza che il cancro non sia in alcun modo una colpa, alcune volte ci si sente responsabili per coinvolgere i propri affetti più cari in un percorso intenso, dispendioso e faticoso. È importante parlarne, per riconoscerlo ma anche per liberarsene, per alleggerirsi di un pensiero che condiziona altrimenti ogni passo del tragitto. Come fa un calciatore a non farsi invadere la mente da un episodio negativo o un errore grave commesso all’interno di una partita?

Bisogna cercare di cancellare subito l’evento negativo e pensare che può capitare nella prossima azione un’altra situazione simile da poter sfruttare. Se avrai saputo liberare la mente dalle scorie dell’evento precedente, il senso di colpa o di rabbia non condizionerà in negativo la tua azione nel nuovo episodio. Certo non è facile, anche per noi che ci alleniamo costantemente su questo, però con il tempo e l’esperienza si migliora. Anni fa ci avrei messo più tempo a riprendermi dopo un errore. Adesso, ho imparato a resettare la mia mente, perché le partite sono lunghe: devo subito essere pronto perché ci potrebbe essere una situazione che aspetta me, per permettermi di riscattarmi. E io non la posso sprecare.

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