Guarire dal cancro: come?

Il verbo guarire è particolare, perché acquisisce sfumature diverse in base a come noi lo intendiamo. Il suo significato transitivo prevede un’azione diretta verso qualcuno (“Il pediatra ha guarito mio nipote”); quello intransitivo stabilisce una ripresa di salute (“La nonna è guarita”) che non specifica un’azione diretta, ma ne evidenzia il risultato.

Per una persona che si ammala di cancro, la guarigione, intesa come restituzione ad una vita priva di malattia, è un desiderio chiaro e costante, alcune volte addirittura violento nell’oscurare ogni altro pensiero. Guarire è l’obiettivo da raggiungere, il principale, a volte l’unico. Alcuni lo ottengono, altri no, ma tutti lo condividono in quanto tale.

A seconda dell’accezione con cui intendiamo il verbo guarire, questo obiettivo viene vissuto in modo diverso. In un caso, quello transitivo, si pone l’attenzione su cosa si debba fare: la guarigione è intesa come azione; nell’altro significato, si colloca lo sguardo sulla meta, sulla direzione: la guarigione è vista come risultato.

Per il paziente, cioè colui che ha ricevuto la diagnosi di cancro, c’è un rischio molto pericoloso: che il desiderio di guarire si trasformi in un compito. In questo caso, la mente visualizza il proprio obiettivo come un DOVERE (“io devo guarire”). Il danno potenziale di questa impostazione del pensiero si verifica nei momenti di assenza di progressi, che creano una profonda frustrazione per il senso di impotenza: non sto facendo abbastanza per quel che devo raggiungere.

Il senso di impotenza è uno dei principali nemici da conoscere e tenere sotto controllo. La sua presenza è inevitabile, perché nasce nel preciso istante in cui prende vita il desiderio di guarire, senza che ad esso ne corrisponda una certezza. La POSSIBILITÀ di guarigione è un pensiero costante per chi è ammalato di cancro, è un elemento che alimenta la speranza e motiva nella difficoltà, ma che non fornisce mai una risposta certa. E se guarire diventa un dovere, la non certezza di poterlo fare genera incompatibilità tra il pensiero e la realtà.

L’impeto con cui si manifesta il desiderio di guarire richiede però un termine adatto a conferirgli tutta la sua forza: quella si chiama VOLONTÀ. Chi riceve una diagnosi di tumore vuole guarire, non c’è altro che desideri più di questo. Ma è basilare distinguere il significato di guarire: ne vuole il senso intransitivo, ovvero ha la totale volontà di ridisporre della salute, vuole il risultato. La parte transitiva, quella dell’azione di guarire, è in mano a chi lo cura: medici ed equipe multidisciplinare.

Con questo, non intendo dire che chi riceve una diagnosi di cancro debba solo passivamente aspettare di venire guarito. Tutt’altro! Ma proprio perché chiamato anche ad un’azione, figlia di una netta VOLONTÀ, è necessario capisca quale sia il campo d’azione, di POSSIBILITÀ, che risponde alla domanda “Quindi cosa DEVO fare?”.

Il compito c’è ed è la base, la cosa più importante di tutte: occuparsi della qualità della propria vita. In qualsiasi forma essa si stia esprimendo, è vita, è unica ed è tua. Ed è lì che tu che vieni chiamato paziente, devi andare ad agire. A volte occupandoti di piccoli dettagli che generano sensazioni di beneficio di pochi secondi, in altri casi di situazioni che scrivono svolte decisive nella propria storia. Da solo, aiutato da professionisti, con la tua famiglia, con una comunicazione spirituale, come preferisci tu, ma quella è la tua direzione. Il tutto mentre prende forma una condizione che non può essere in alcun modo elusa: l’attiva e professionale attività dell’equipe medico sanitaria che lavora per guarire. Per guarire te, transitivo, mentre tu ti prendi cura della tua esistenza, della storia della tua vita, di te.

DOVERE, POTERE, VOLERE. Tre elementi fondamentali che nella nostra mente richiedono di essere soddisfatti per avere una direzione chiara e non vivere in totale disorientamento. Una persona ammalata di cancro, e chi vive il percorso oncologico vicino a lei, va guidata nella soddisfazione di questi tre verbi, che prevedono quindi un impiego chiaro. Io VOGLIO guarire. Cosa DEVO fare? Io POSSO occuparmi della qualità della mia vita, di quel “me” che ora si esprime da malato e che ha l’obiettivo di tornare in salute ed essere guarito, come verbo passivo e come risultato.

E l’espressione dell’azione come possibilità, non come dovere, prevede anche l’opzione contraria: la libertà di non farlo. Perché a volte abbiamo bisogno di una situazione totalmente negativa per renderci conto ed essere totalmente certi che la soluzione stia nella direzione esattamente opposta.

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