Atleti al tuo fianco: Paolo De Ceglie

La ricerca di un momento di riflessione profondo sulla vita delle persone che ogni giorno combattono il cancro è l’obiettivo dichiarato di “Atleti al tuo fianco”. Guidato dal dott. Alberto Tagliapietra, medico chirurgo con DAF in psico-oncologia e patrocinato Arenbì Onlus, questo progetto coinvolge atleti della storia dello sport italiano in dialoghi incentrati sulle emozioni, che grazie alla metafora sportiva, si trasferiscono dall’agonismo all’oncologia. Entra a fare parte della squadra di Atleti al tuo fianco Paolo De Ceglie, calciatore italiano vincitore di tre scudetti con la Juventus.

Paolo, la tua esperienza calcistica diventerà spunto per approfondire alcune sfumature della vita quotidiana mentre si combatte contro il cancro. Per iniziare, raccontaci qualcosa della tua personale quotidianità: chi è Paolo De Ceglie nelle situazioni della vita che non coinvolgono il calcio?

La mia vita si fonda sulla sicurezza che mi è data dalla famiglia e dagli amici, gli stessi di sempre. Provengo da una famiglia semplice, mio papà è insegnante di educazione fisica e mia mamma ha lavorato tanti anni come segretaria. Ancora oggi, nonostante la situazione sia cambiata e anche le mie possibilità siano maggiori rispetto a quelle che avevo da bambino, la mia quotidianità non si discosta di molto dalla mia infanzia e adolescenza. Questo mi aiuta per creare un collante nella mia vita, a prescindere dalle situazioni molto variabili che il calcio ha presentato nella mia carriera. Oltre al calcio, mi appassionano molto la pallavolo e l’NBA. Altra mia grande passione è poi quella per la musica, che mi accompagna da sempre e a cui spero di poter dedicare un tempo sempre maggiore negli anni che verranno.

Entriamo ora insieme nell’argomento tumori. Quando si riceve una diagnosi di cancro, si vive una sensazione di shock. Improvvisamente, ci si ritrova paralizzati nella mente, come se una catapulta avesse scaraventato la propria persona in una realtà parallela e infernale. Un passo alla volta, si deve recuperare il dominio delle emozioni, per riprendere a vivere anche mentre si procede con le terapie. Nella tua storia sportiva, hai mai vissuto situazioni in cui le emozioni dominassero la tua capacità di compiere gesti efficaci?

Dopo il settore giovanile nella Juventus, mi sono trovato ad affacciarmi nel calcio dei grandi con la maglia bianconera: solitamente per i calciatori, questa è una fase delicata, in cui da forti tra i giovani ci si sente incapaci tra i grandi. Nel primo impatto con la realtà della prima squadra devo dire che questo aspetto non l’ho avvertito molto, tanta era la voglia di emergere e di confrontarmi finalmente con quei campioni che fino a quel momento avevo solo potuto sognare. In quella fase iniziale quindi l’entusiasmo ha avuto la meglio sull’ansia da prestazione e sulle oggettive difficoltà che un giovane atleta poteva trovarsi ad affrontare. Per quanto mi riguarda le avversità sono arrivate in un secondo momento, quando sono passato dall’essere una giovane promessa ad uno dei tanti calciatori inseriti nel meccanismo della squadra: tutte quelle cose che prima potevano essere apprezzate in quanto provenienti da un ragazzino adesso venivano date per necessarie, doverose. Ogni volta il tuo valore doveva essere dimostrato con prestazioni all’altezza di un giocatore di quel livello, per me questo è stato il momento in cui ho faticato maggiormente sotto il profilo umano, le emozioni hanno penalizzato alcune mie prestazioni, lo riconosco.

Durante il percorso di cura, l’intera famiglia può vivere la sensazione di sentirsi isolata rispetto al resto della società civile. È importante creare dialogo sia fra le famiglie che vivono la stessa realtà oncologica, sia fra pazienti e popolazione non ammalata: la vicinanza si genera con il desiderio di ascoltare le storie delle vite altrui, a volte con grandi differenze, altre con elementi comuni. Da calciatore, come hai vissuto le Olimpiadi di Pechino 2008, in cui ti sei trovato a confrontarti con migliaia di altri sportivi che, ognuno nella propria disciplina, portava avanti una storia ed un traguardo da raggiungere?

Conservo un ricordo bellissimo di quell’esperienza. In quel contesto ogni atleta aveva l’opportunità di sentirsi al centro del cuore pulsante di tutto lo sport a livello mondiale. Di quei giorni ho apprezzato anche gli aspetti più banali, un esempio tra tutti è quello dei pasti: si consumavano tutti insieme, presso il Villaggio Olimpico, senza divisioni tra paesi e discipline sportive. Per quanto noi calciatori veniamo considerati un po’ elementi estranei all’identità olimpica, ho un ricordo decisamente positivo di quell’avventura. Confrontarsi con persone diverse, provenienti da altre realtà rispetto alla tua, su alcuni vissuti che sono comuni a tutti, sui modi di gestire determinate emozioni e far fronte a determinate situazioni è, a mio avviso, sempre un grande arricchimento. Questo vale tanto nello sport quanto nella vita delle persone al di fuori dall’agonismo.

La rabbia è un sentimento strano: nelle persone che stanno vivendo un tumore si può presentare con frequenza e spesso ne sono destinatari i familiari più vicini, nonostante i pazienti stessi riconoscano non esserne la causa. Alcune volte è bene esprimerla come nasce, altre è utile imparare a convogliarla e sfogarla verso il cancro stesso, anche scrivendogli una lettera o registrandogli un vocale in cui si concentrino le emozioni che gli si vuole indirizzare. In questo modo, si impedisce che questa rabbia alberghi a lungo nell’animo, scatenandosi poi nelle incomprensioni quotidiane verso chi si trova a sostenere da vicino. Ti è mani capitato nelle varie stagioni da calciatore di vivere con rabbia le situazioni in cui hai pensato di giocare di meno di quanto avresti voluto e di doverla incanalare in una direzione costruttiva?

Se ci concentriamo solo sull’ambito agonistico, io ritengo che questa sensazione di rabbia debba sempre essere presente nel vissuto di uno sportivo. Bisogna però imparare ad indirizzarla nella maniera più costruttiva possibile, perché altrimenti può costituire un alibi al raggiungimento dei nostri traguardi e diventare un elemento depressivo per la nostra vita di uomini e atleti. Ovviamente intuisco che c’è molta differenza tra la rabbia che può scaturire da una non convocazione e quella che può seguire una diagnosi di cancro, per questo non mi permetto di fare paragoni. Io conosco l’ambito calcistico, e pertanto mi limito a parlare di quello. Quella sana rabbia che caratterizza la quotidianità di ogni sportivo deve essere vissuta come un carburante per dare il massimo, dimostrando il proprio valore all’allenatore, ai propri compagni di squadra, all’avversario che magari ha avuto la meglio in uno scontro precedente. Sicuramente, l’elemento comune che vale per tutti, è la necessità di trovare un canale di uscita di questo sentimento per poterlo guidare all’esterno prima che sia lui ad esplodere autonomamente: riconoscerlo ed trasformarlo da interno ad esterno è una cosa determinante per trovare maggiore serenità.

La guarigione per un paziente è un desiderio e un obiettivo condiviso con l’equipe medico sanitaria. Alcune volte si vive anche una sensazione di obbligo di guarigione, come unico scenario che possa risolvere tutto. È bene che il concetto di obbligo resti separato dall’obiettivo della guarigione, perché crea molta frustrazione nei momenti di stallo, quando dopo un miglioramento la situazione non progredisce come sperato, scaturendo un pesante senso di colpa nei confronti propri e delle persone intorno. Nel calcio, tu sei stato per anni un giocatore della Juventus, squadra che a cominciare dal motto “vincere non è importante, è l’unica cosa che conta” che porta stampato sul colletto della divisa, fa della vittoria l’unico obiettivo possibile. Questa grandissima importanza assegnata alla vittoria, per te giocatore della Juventus, è stata uno stimolo a dare il massimo o, al contrario, un’aspettativa da cui hai rischiato di essere schiacciato?

Quella frase nello specifico, io riconosco di averla impressa nel mio essere. Questo è spesso uno stimolo a tirare fuori il meglio di me, ma talvolta può certamente trasformarsi in una vera ossessione. Penso però che non possiamo scappare da quello che siamo, per questo motivo anche quando arrivano le difficoltà, accetto di vivere la sofferenza che queste portano con sé. Sempre, cerco però di porre come obiettivo una nuova vittoria futura, che potrò conseguire dopo l’essermi rialzato da ogni brutta caduta. Ripeto, le sconfitte in ambito oncologico non sono neanche paragonabili a quelle che si possano collezionare in ambito sportivo. Ma per quanto vissuto sul campo, la voglia di rialzarmi dopo ogni caduta e dimostrare la mia tenacia e la mia disponibilità a mettercela tutta resta però il vero motore che ha caratterizzato la mia vita di sportivo e di uomo. Lo è stato in passato, lo è tutt’ora.

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