Atleti al tuo fianco: Paolo Lorenzi

Parlare di lotta contro il cancro ponendo l’attenzione su aspetti della vita quotidiana, mentre si dialoga di sport con atleti professionisti: questa è la sfida lanciata da “Atleti al tuo fianco”. L’iniziativa è guidata dal dottor Alberto Tagliapietra, medico chirurgo con DAF in psico-oncologia, e patrocinata dall’associazione Arenbì Onlus. Entra a far parte di questa squadra Paolo Lorenzi, tennista italiano con più di 400 vittorie nel circuito Challenger, capace di salire in carriera fino alla posizione 33 della classifica mondiale.

Ciao Paolo, benvenuto nella squadra di Atleti al tuo fianco: la tua esperienza da tennista servirà da spunto per raccontare dettagli della vita quotidiana delle persone che stanno affrontando il cancro. Iniziamo conoscendo qualcosa della tua vita quotidiana: quali sono le passioni che riempiono le tue giornate?

Diciamo che sono stato fortunato perché sono riuscito a fare della mia passione il mio lavoro; se non fossi diventato un tennista professionista, il tennis stesso sarebbe stato il mio hobby, giocandolo con gli amici. Personalmente quando ho un po’ di tempo libero sono piuttosto pigro e ho due passioni che si possono svolgere felicemente da seduto: mi piace leggere e mi piace mangiare. Appena posso rispetto ai miei impegni sui campi, amo rilassarmi, stare con gli amici, mangiare e bere in compagnia. In tutto questo la lettura si incastra perfettamente, perché posso goderne sia quando la stagione tennistica è ferma, sia nei tempi di riposo tra un match e l’altro nel corso dei tornei.

Parliamo di prevenzione e alimentazione. Escono con frequenza articoli, dal dubbio rigore scientifico, che parlano di cibi o spezie miracolose nel proteggere dal cancro. È importante conoscere per comprendere: non esistono sostanze prodigiose nella prevenzione oncologica, ma un’alimentazione varia, sana e praticata con gusto è effettivamente importante per tutelare la propria salute, concedendosi degli occasionali e felici sgarri alle regole. Tu hai una carriera tennistica molto longeva: è stato necessario ridurre notevolmente ciò che avresti voluto mangiare per mantenere lo stato di forma necessario alla tua attività?

Dal punto di vista della mia storia, dobbiamo dividere il periodo in cui gioco i tornei dal periodo in cui sono libero, perché la mia dieta è completamente diversa. Quando sono nella stagione dell’attività tennistica, nonostante le tentazioni, sono una persona piuttosto rigida. Durante i periodi di allenamento più duri, mangio semplice e spesso, ma soprattutto mangio molto sano. Invece, quando la stagione dei tornei si conclude e ho una finestra libera dall’attività agonistica, mi piace mangiare bene e provare un po’ tutti i piatti. In quelle occasioni mangio anche cose più pesanti che normalmente non mi posso concedere: prima di stare due ore in campo con 30 gradi non mi posso permettere di mangiare fritto di pesce. In questo sono abbastanza bravo perché capisco quand’è il momento di poter sgarrare: l’eccezione è importante, perché rinforza il valore positivo della regola e dà sfogo al nostro lato umano.

La lettura è spesso vista come un compagno di viaggio delle cure. Eppure c’è un effetto collaterale della chemioterapia di cui si parla poco, nonostante sia molto frequente: si chiama chemobrain. È una situazione nella quale si fatica a mantenere l’attenzione e la concentrazione anche per pochi secondi, impedendo di fatto passioni come la lettura. La causa risiede nelle scorie che la terapia lascia a livello di sistema nervoso centrale, anche a distanza di mesi. È importante farla conoscere ai pazienti perché possano capire che quella stanchezza mentale che vivono, non è una colpa. Da tennista, ti è mai capitato di vivere un momento in cui avesti dovuto avere una concentrazione massima ed invece per qualche motivo non sei riuscito a riprendere il polso della tua attenzione?

Non sapevo di questa caratteristica che vive chi affronta la chemioterapia. La concentrazione è un elemento fondamentale per svolgere ogni attività. Per motivi totalmente differenti, anche in campo può succedere di perderla completamente. Ci sono momenti importantissimi della partita in cui, magari solo perché succede qualcosa fuori dal campo, smarrisci un attimo l’attenzione e rischi di perdere il match. Quando mi capita, e nella mia carriera mi è successo spesso, personalmente io cerco di ritrovare delle sensazioni positive. Cerco di ripensare a quando riuscivo ad eseguire bene i colpi, cerco di cambiare il mio stato d’animo. Quella è una cosa importante per me: cerco di guardare al lato positivo di ciò che ho fatto per riversarlo in quello che devo fare. Sicuramente, non avere il cervello affaticato dalle terapie crea un compito molto più agevole rispetto a chi sta curando il cancro. Trovo importante conoscere le cause di un disagio, per poterlo vivere con maggiore serenità, componente che serve per poi arrivare a risolverlo con successo.

Alcune volte, per riprendersi da una giornata negativa, ad una persona ammalata di cancro basta lo sguardo incrociato con un familiare o un abbraccio silenzioso con un amico. Per questo dobbiamo ricordarci di esserci per chi è in difficoltà. Stare male ed essere isolati è peggio che stare male e avere qualcuno vicino. Ora raccontaci per te, nel tennis, come funziona: quanto è importante incrociare lo sguardo con il tuo angolo nei momenti di difficoltà in campo?

La presenza di chi ti sa sostenere è un aspetto considerevole. Analizzando la mia carriera, ora posso dire che dal punto di vista tennistico ho senza dubbio un’età avanzata. In tutti questi anni però ho sempre viaggiato moltissimo da solo, mi sono quindi abituato a dover trovare dentro di me le risorse, lo sguardo di cui ho bisogno. Sicuramente, quando è possibile, mi fa molto piacere avere un angolo, qualcuno che mi guardi, che mi appoggi. Però c’è anche un percorso individuale che va sviluppato interiormente, per essere noi per primi l’aiuto per noi stessi: credo che anche in alcune situazioni delicate, ci sia un rapporto con se stessi importante, da coltivare e sviluppare.

In oncologia si è spesso chiamati a credere in un obiettivo per il quale non vengono fornite certezze. Chi è guarito, è passato dai momenti in cui ha pensato non ci fosse più speranza. Per questo è basilare mantenere l’equilibrio anche quando alcuni esami di controllo possono dare risultati peggiori rispetto alle aspettative. Nella tua carriera tennistica, prima di vincere una partita in un torneo del Grande Slam, hai perso per 13 volte al primo turno. Solo dopo, sei stato capace di raggiungere grandi risultati, tra i quali un ottavo di finale agli US Open. Ti è mai capitato di pensare che fosse solo un’illusione pensare di vincere almeno una gara mentre le perdevi tutte?

È una situazione che si è presentata parzialmente nella mia testa e più intensamente in chi mi circondava. Personalmente, non lo vivevo come un problema. Già dopo le prime quattro, cinque sconfitte, pensavo fosse tutto sommato normale perdere al primo turno: ero comunque soddisfatto della mia presenza in tabellone e restavo focalizzato sul miglioramento, giorno dopo giorno, partita dopo partita. La mia idea è sempre stata che prima o poi sarebbe successo, quindi ero molto tranquillo. Devo dire che forse erano più le persone intorno a me che si aspettavano che io dovessi vincere per forza questa partita, anche se effettivamente posso capire che dopo 13 incontri persi al primo turno, una persona vicina a te, che vive anche le tue emozioni, potesse desiderare una vittoria. Dal punto di vista del giocatore però, io riuscivo a concentrami su altri obiettivi, sul miglioramento del mio gioco. Quindi per me è stato un problema minore, e quando ho superato il primo turno, ho ottenuto risultati anche molto soddisfacenti. A volte ci vuole tenacia, altre volte pazienza, senza dubbio l’equilibrio aiuta sempre molto.

Chiudiamo con un tema molto complesso. Ci sono persone che sono in fase terminale, che affrontano un accompagnamento verso la morte. Dobbiamo imparare alcuni dettagli importanti di questa fase. Purtroppo essere impreparati porta a compiere errori: spesso infatti i parenti raccontano di ferite profonde avendo letto messaggi che annunciavano la morte del loro caro mentre era ancora in vita, magari per poche ore, ma vivo. In quel momento, errori di questo tipo causano dolore e rabbia devastanti: non vanno commessi. Spostiamoci ora su un aspetto tennistico, meno legato all’importanza della vita: ti capita mai che chi ti intervisti in questa fase di età avanzata, si concentri più su quando smetterai di giocare che sulla tua attività presente, ancora in corso?

Mi capita costantemente: io credo che nell’ultimo anno e mezzo in tutte le interviste che ho fatto, mi sia stato chiesto quale fosse la mia intenzione non appena avessi smesso di giocare. Fino a qualche mese fa ero comunque nei primi 100 giocatori al mondo, quando ne sono uscito molti mi osservavano per vedere se alzassi bandiera bianca. Io so una cosa semplice: mi alzo la mattina e il mio obiettivo è allenarmi. Capisco che questo sia un problema di mentalità, in questo caso non direi nemmeno italiana, direi nostra, del genere umano. Andiamo sempre a cercare di vedere cosa succederà dopo e alcune volte perdiamo di vista l’obiettivo più importante, che è il momento stesso: quella è la parte fondamentale. Però non è facile cambiare la mentalità. Noi lo vediamo nel tennis che è una parte molto più piccola e meno importante, ma già qui negli ultimi tempi credo non si sia mai verificata un’intervista senza aver ricevuto questo tipo di domanda. Immagino quanto possa essere doloroso per coloro per i quali la differenza tra adesso e dopo, rappresenti la separazione tra la vita ancora vivente e la morte. È vero, dobbiamo imparare, anzi, dobbiamo evolvere: gli errori di superficialità in quelle situazioni, non vanno proprio commessi.

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