Atleti al tuo fianco: Alessandro Bega

La lotta al cancro e il mondo dello sport si incontrano nel progetto Atleti al tuo fianco, con l’obiettivo di raccontare la quotidianità di chi affronta un tumore e di far sentire loro la vicinanza degli sportivi professionisti. Il progetto è patrocinato da aRenBì Onlus ed è curato dal dott. Alberto Tagliapietra, medico chirurgo bresciano con diploma d’alta formazione in psiconcologia. Entra a far parte di questa squadra Alessandro Bega, tennista italiano, salito fino alla posizione 259 del ranking mondiale nel 2016.

Ciao Alessandro, benvenuto nel progetto Atleti al tuo fianco: in questa iniziativa il tennis diventa spunto per conoscere e riflettere sulla vita quotidiana delle persone che affrontano un tumore. La prima domanda è introduttiva e consente di presentarti: raccontaci come porti le tue caratteristiche umane all’interno del tuo lavoro di tennista professionista.

Penso che ci sia un legame abbastanza stretto tra come appaio in campo e come sono nella vita di tutti i giorni: determinati tratti del mio carattere emergono in entrambi gli ambiti. Sono un ragazzo semplice, tranquillo, apprezzo la semplicità in tutti i vari aspetti della mia vita, non amo apparire sopra le righe. Fin da bambino il tennis ha ricoperto un ruolo centrale all’interno della mia esistenza, per cui non saprei neanche dire cos’altro avrei potuto fare se non fossi diventato un tennista: questa è la strada che io ho sempre avvertito come mia.

In ambito oncologico un aspetto molto importante è legato alla messa in discussione del traguardo: moltissime persone affrontano un percorso che può provocare molto dolore, causato in parte dalla malattia e in parte dalle cure stesse. Non vi è però la certezza che questo porterà ad una guarigione o a un obiettivo positivo, e talvolta il pensiero che si presenta può essere “io mollo tutto”. Da tennista professionista, come affronti quelle situazioni in cui magari per diverse volte consecutive esci da un torneo al primo turno e, vedendo il tuo ranking abbassarsi, ti viene da chiederti “ma chi me l’ha fatto fare?”?

Comincio col dire che purtroppo ho conosciuto da vicino la situazione a cui si è accennato: la fidanzata di mio fratello, che purtroppo ora non c’è più, aveva dovuto affrontare un percorso simile, e conosco la sofferenza e lo sconforto che i pazienti come lei vivono ogni giorno. Dal punto di vista sportivo invece, posso solo dire che, quando le cose in campo si mettono male e arrivano i risultati negativi, il desiderio di abbandonare tutto viene scacciato via dalla consapevolezza che questa comunque è la vita che ho scelto ed è la sola che desidero. Certo ci sono le giornate no, ma a fronte di queste ci sono un sacco di giornate sì. Un altro aspetto importante è imparare ad accettare le sconfitte come parte del gioco: beninteso, a nessuno piace perdere, ma quando arriva il fallimento bisogna imparare ad accoglierlo senza troppi rimpianti, se si ha la certezza di avere dato il massimo per evitarlo. Infine aggiungo che è fondamentale saper voltare pagina: le sconfitte a volte ci fanno rosicare, ma questo è un elemento positivo se diventa un pungolo che ci spinge a migliorarci. Ma se non siamo in grado di accantonare i nostri fallimenti, questi potrebbero deconcentrarci anche nelle sfide successive, rivelandosi doppiamente dannosi.

Un importante dettaglio fonte di potenziale disagio per malati e familiari è la difficoltà che si riscontra nella comunicazione con lo staff medico: un linguaggio troppo specifico da parte degli addetti ai lavori può creare ulteriore confusione nell’animo di chi si rimette alle loro cure. Tu, come tennista, sei più legato al gioco veloce, e per questo motivo ti ritrovi spesso a giocare all’estero, dal momento che in Italia questo sport è praticato il più delle volte sulla terra. Ti è mai capitato di trovarti nella situazione di dover affidare le tue condizioni di salute a persone con cui la comunicazione era difficoltosa, a causa di una lingua che non era la tua?

No, da questo punto di vista devo dire di essere sempre stato abbastanza fortunato. In primo luogo perché in ogni torneo ci sono sempre un medico e un fisioterapista apposta per noi, e poi perché, nonostante trascorra molto del mio tempo all’estero, non ho mai avuto grossi problemi di salute nel corso di queste mie trasferte. Ricordo un’intossicazione alimentare negli USA: mi sono recato all’ospedale senza assicurazione sanitaria e sono stato ignorato da tutti, ma poi, una volta pagata l’assicurazione, sono stato servito come le mie necessità richiedevano.. In Cina mi era invece capitato di patire una forte sofferenza muscolare dovuta a crampi diffusi in tutto il corpo, che mi fecero addirittura svenire per il dolore: fu molto doloroso, ma altrettanto facile intuire la natura di quel problema. Nonostante le mete estere spesso frequentate, la comunicazione della mia salute non è mai stata un problema.

Un equivoco frequente nella comunicazione di una diagnosi di cancro è il riferimento a percentuali e dati statistici: possono orientare, ma non raccontano la storia della persona a cui vengono comunicate, che è ancora tutta da scrivere. Tu fisicamente, come tennista, sei molto distante dallo stereotipo del giocatore da cemento, che spesso superano il metro e novanta: se ci si fosse basati sulle previsioni, difficilmente si sarebbe concessa possibilità al tuo successo. Come vivi questa situazione di obiettivo raggiunto contro le previsioni?

Effettivamente, nel tennis moderno è andato via via instaurandosi un modello di giocatore da superficie veloce con fisico da bombardiere. Senza dubbio, quando mi devo confrontare con un servizio proveniente da un giocatore di due metri mi trovo in difficoltà, ma nella mia carriera ho sempre cercato di fare della mia peculiarità un punto di forza: avrò magari meno potenza in battuta, ma in compenso posso vantare una maggiore rapidità nei movimenti. A ognuno spetta il compito di giocare al meglio la partita con le carte che si ritrova in mano: sono le qualità particolari di cui ognuno di noi è dotato ad aiutarci nelle sfide più difficili.

Un aspetto che la psiconcologia mira ad allenare nei pazienti e nei loro familiari è la cosiddetta adattabilità. Nella vita di tutti i giorni siamo ormai totalmente abituati a cercare di prevedere cosa avverrà in futuro; nel percorso di cura è invece molto importante vivere il momento presente, gioendo dei progressi e affrontando gli ostacoli nel momento in cui questi si presentano: una previsione disattesa in ambito oncologico potrebbe essere fonte di grande scoraggiamento e frustrazione. Dal punto di vista sportivo, parlaci dell’adattabilità che devi mettere in pratica quando giochi su un terreno che non ti è congeniale e che quindi ti costringe a movimenti e tempi di reazione che non sono quelli che prediligi.

All’inizio del mio percorso, non consideravo l’adattabilità un elemento su cui concentrare il mio allenamento, in quanto io mi consideravo un tennista da cemento e mal sopportavo i match da disputare su terreni diversi da questo. Da un anno a questa parte però sto lavorando molto su questo versante e, cercando anche di sviluppare una maggior apertura mentale verso contesti che mi spingano al di fuori della mia sensazione di sicurezza. Grazie a questa evoluzione della mente, sono riuscito a fare progressi per me notevoli anche sulla terra rossa. Il lavoro da fare è ancora lungo, su questo non c’è dubbio, ma i primi miglioramenti già si vedono: devo ammettere che un anno fa, se me li avessero prospettati, non avrei pensato potessero davvero concretizzarsi.

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