Atleti al tuo fianco: Simone Buti

La lotta al cancro e il mondo dello sport si incontrano nel progetto Atleti al tuo fianco, con l’obiettivo di raccontare la quotidianità di chi affronta un tumore e di far sentire loro la vicinanza degli sportivi professionisti. Il progetto è patrocinato da aRenBì Onlus ed è curato dal dott. Alberto Tagliapietra, medico chirurgo bresciano con diploma d’alta formazione in psiconcologia. Entra a far parte di questa squadra Simone Buti, ex pallavolista italiano medaglia d’argento alle olimpiadi di Rio 2016, oggi dirigente della Vero Volley Monza.

Simone benvenuto nella squadra degli Atleti al tuo fianco, in cui la pallavolo diventa uno strumento per avvicinarsi alla vita quotidiana delle persone che affrontano un tumore maligno. Per iniziare, raccontaci qualcosa di te che non conosciamo, che faccia parte della tua vita e della tua personalità ma che non riguardi la pallavolo. Sarà un modo per approfondire la conoscenza del Simone Buti uomo prima ancora che pallavolista, sulle cui emozioni ci concentreremo.

Dovendo scegliere una caratteristica della mia personalità al di fuori del campo da pallavolo, penso di poter dire di essere una persona molto curiosa: da sempre mi piace indagare e scoprire cose nuove. Questo mi porta a coltivare passioni che vadano oltre lo sport: è il caso della musica, compagna della mia vita da ancora prima della pallavolo. Da ragazzino suonavo il pianoforte e questo mi ha portato ad essere il tastierista in un gruppo rock, poi da autodidatta mi sono messo ad esplorare la chitarra, perché se si va in compagnia o in ritiro è più comoda da portarsi in giro per cantare insieme. Lo stesso spirito curioso emerge anche nei viaggi, dove l’esplorazione non è più solo una metafora: adesso con la mia compagna sto curando il progetto Travelnauti, un sito web dedicato proprio ai viaggi che va alla ricerca della combinazione tra qualità della vita in vacanza e massimo contenimento delle spese.

La curiosità è un motore importante per approfondire e conoscere le cose. Tanto lavoro in psico-oncologia è di aiuto per conoscere e distinguere i desideri, le speranze, le illusioni e separarli dalle certezze, che devono rimanere un elemento fermo su cui poggiare il proprio equilibrio emotivo. Quando si pensa di essere di supporto ad una famiglia che affronta un tumore offrendo illusioni in cui poter sperare, non la si sta aiutando: la speranza è fondamentale, ma va costantemente distinta dall’illusione, perché la chiave è la relazione con la realtà. Raccontaci un aspetto della tua crescita da ragazzino nella pallavolo: quando hai avuto la certezza che il tuo desiderio di diventare un centrale titolare in Serie A non fosse un illusione ma una speranza coltivabile come obiettivo?

Nel mio percorso sportivo l’incertezza e il timore di fallire sono sempre stati presenti. Rispetto ad altri atleti, che spesso vengono cresciuti nei settori giovanili dalle maggiori società sportive italiane, la mia carriera e il mio sogno sono arrivati gradualmente. Sono partito dalla B2 per poi passare anno dopo anno, categoria dopo categoria fino alla A1, ma senza saltare nemmeno una tappa, con le relative messe in discussione che ogni passo ha previsto. Già a 20 anni non avevo alcuna garanzia, perché provenivo da un infortunio molto serio al ginocchio: mi sono semplicemente dato una possibilità, cercando di impegnarmi fino in fondo perché potesse realizzarsi. Però ogni stagione ho dovuto rinnovare la sfida: solo quando ero in A2 ho capito che avrei potuto pormi l’obiettivo di raggiungere la A1 e i primi vertici di questo meraviglioso sport. Questo percorso di crescita graduale ha avuto corrispondenze anche nella mia vita quotidiana fuori dal campo, conoscendo e accettando i miei limiti e ponendomi sempre obiettivi nuovi che mi facessero crescere e che ritenessi alla portata dal mio punto di partenza. Tutto questo ha anche una accezione negativa, perché noi possiamo fare tutto il possibile ma arriviamo ad un certo punto in cui poi dobbiamo accettare di vivere anche le difficoltà e le delusioni, non solo i successi.

C’è chi racconta che sentirsi dire in oncologia “credici e sono sicuro che andrà tutto bene” non sia sempre gradevole, perché sembra minimizzare le difficoltà e relegarle esclusivamente ad una prova di volontà. Quanto ti darebbe fastidio se le difficoltà che hai affrontato nella crescita pallavolistica si risolvessero in un “ero sicuro che ce l’avresti fatta perché ce l’hai messa tutta”?

In verità il sentimento che mi ha sempre animato in modo impetuoso fin da piccolo è lo spirito di rivalsa: senza una difficoltà di partenza a cui ribellarmi forse non ce l’avrei fatta. Racconto questo aneddoto a riguardo: ho iniziato a giocare molto tardi rispetto alla consuetudine, avevo già 15 anni, e sono andato in una società nella quale mi hanno detto “Guarda, sei già molto grande e qui abbiamo tanti ragazzi, tu vieni da una frazione del paese, dovremmo venirti a prendere col pulmino e non abbiamo posto per te”. Questo mi ha dato la scossa per dimostrare loro che si stessero sbagliano: ho iniziato in un’altra società e da lì in avanti ho incominciato ad affermarmi. Questa caratteristica è sempre stata parte del mio carattere, in tutta la mia carriera: anche di fronte ad una critica o ad una scelta tecnica che mi escludesse, il desiderio di voler mostrare che si stessero sbagliando mi ha sempre spinto a lavorare duramente, una sfida personale che portava poi beneficio all’ambito sportivo stesso. La volontà nel mio caso è stata determinante, ma come in ogni situazione non è l’unico elemento necessario per raggiungere un obiettivo.

La volontà è comunque un elemento da allenare con attenzione anche nella sfida contro il cancro: spesso i periodi in cui una persona ammalata deve mettere in stand-by il desiderio di risposta alla primaria domanda “guarirò?” sono molto lunghi, ed è proprio in queste situazioni che l’aiuto che un paziente può dare al proprio pensiero può diventare decisivo per non torturarsi in un’estenuante attesa di risposta. Raccontaci un aspetto della mente del pallavolista: quando nel ruolo da centrale salti per il primo tempo senza essere servito, come organizzi la tua mente? Mantieni un carico di attenzione costante in ogni salto a vuoto in un’attesa anche molto lunga della palla indirizzata a te o attivi la concentrazione solo quando hai la certezza di eseguire proprio tu l’attacco?

In realtà ogni azione che ho svolto da centrale, anche nel gesto della finta, ho sempre ragionato come se la palla fosse sempre stata effettivamente destinata a me. Ci sono partite nelle quali vieni chiamato poco in causa, ma non puoi staccare la mente e non farti trovare pronto nell’eventuale attacco decisivo. Devi lavorare molto già in allenamento, perché tu devi essere nel posto giusto per fare la cosa giusta in quel determinato e a volte imprevedibile momento in cui ti si offrirà l’occasione di essere decisivo, in questo caso grazie al tuo compagno alzatore. È un discorso che vale in ogni settore, ma soprattutto in serie A dove le partite, e di conseguenza i trofei, si aggiudicano per dettagli minimi nei punti decisivi. Anche questo è parte della bellezza di questo sport, ad ogni livello esso venga praticato.

Spesso gli incoraggiamenti sono rivolti allo stimolo della forza: “Non mollare” o “Sei un guerriero” sono frasi molto pronunciate alle persone con un tumore. La forza è uno strumento importante, ma bisogna fare pace anche con alcune giornate o periodi in cui ci si sente molto deboli, senza voglia di affrontarla come un combattimento. Proprio la ricerca della pace, elemento opposto alla battaglia, è una chiave interessante, perché aiuta a sentirsi in equilibrio anche nelle fisiologiche giornate di debolezza, anche nelle situazioni di peggioramento, perfino quando si deve fare un accompagnamento al fine vita. Nella tua carriera nel volley, ci sono traguardi enormi sia con i club sia con la Nazionale, eppure nessun oro vinto: quando hai finito la carriera, hai fatto pace con i rammarichi delle tue sconfitte?

È una bella domanda, perché effettivamente nella mia carriera ho giocato le partite più importanti che un giocatore potesse disputare, finali nelle olimpiadi, in champions league, per lo scudetto, ma ho raccolto praticamente nulla, solo la coppa Italia di A2. Ho tante medaglie che raccontano di sfide e traguardi importanti, ma nessuna è d’oro e mi sono posto tante volte questa stessa domanda. Il rammarico esiste, perché ho avuto occasioni importanti; la ricerca della pace però è effettivamente la chiave determinante per convivere con i rammarichi. La curiosità, che ho nominato prima, mi ha animato anche nell’ambito della spiritualità, temi come il fine vita e la morte mi hanno spinto a leggere molte storie. Giocando a Perugia ho avuto il dono di conoscere una persona incredibile come Leonardo Cenci, che sono felice di ricordare in questo progetto. Lui è stato l’essenza del concetto di pace nell’avvicinamento alla morte, lo ha non solo ricercata nel suo profondo ma è stato anche capace di offrirla a chi gli stesse intorno. La sua testimonianza di vita mi mette ancora i brividi e ciò che io, da persona non ammalata, posso fare grazie a lui è portare i suoi insegnamenti nella mia vita, in situazioni decisamente più banali rispetto a quanto lui abbia affrontato. Per questo mi invito sempre, riguardando la mia carriera, a creare una visione d’insieme che non focalizzi solo sulle finali perse: questo sport ha dato tanto alla mia vita, regalandomi una carriera da giocatore che non avrei mai pensato di avere e un percorso da dirigente tutto da scrivere. Questo mi aiuta a fare pace con le situazioni che non sono andate come avrei voluto e che ci sono sempre, nello sport e nella vita.

La guarigione è senza dubbio il desiderio principale di una persona ammalata di cancro. Può sembrare sorprendente eppure sono molte le persone che, pur guarite, faticano ad entrare con serenità nella fase post-malattia. Guarire non corrisponde al più che umano desiderio di essere ripristinati a ciò che si era prima della diagnosi, ma comporta un’evoluzione imponente da affrontare con attenzione e sensibilità, per non restarne sorpresi. Raccontaci come stai vivendo la tua nuova fase di lavoro, non più sul campo ma dietro la scrivania con la Vero Volley Monza: sono più le certezze acquisite che hai potuto mettere a frutto o quelle che hai dovuto ricostruire da capo?

Nella mia attuale attività, il cambiamento è forte rispetto a quanto facessi prima; è una metamorfosi, un mutamento radicale che mi trova catapultato in una situazione diversa e il salto non è facile. Ciò che mi sta aiutando, anche in questo caso, è lo stimolo a voler fare bene per dimostrare che posso cavarmela in questo ruolo. Quando sembra che anche le certezze più salde debbano essere messe in discussione in un nuovo ruolo, il segreto sta nel capire che la vita va avanti e sei tu che ti devi sintonizzare con la sua evoluzione. Prima mi allenavo sul campo ripetendo gesti e situazioni che negli anni avevo consolidato, ora mi ritrovo in una condizione nuova che mi entusiasma nella sua concretizzazione ma che è un percorso da consolidare nel tempo. Come ci ha insegnato Leonardo Cenci, non siamo eterni e la vita ci presenta costantemente situazioni che provano a ricordarcelo: quanto prima saprai accettare di dover rivedere le tue certezze, tanto meglio saprai adeguarti con serenità ai cambiamenti che sei chiamato ad affrontare. Cerco di viverla in questo modo, con entusiasmo, curiosità e tanta voglia di dimostrare di esserne all’altezza.

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