L’esperienza Covid-19 di Giovanni Zeni

Abbiamo raccolto la testimonianza di Giovanni Zeni, atleta italiano del Tennis in Carrozzina, che ha vissuto il lockdown dalla zona di Codogno scoprendosi positivo al Covid-19. Questa la rielaborazione testo di Stefano Rinaudo, studente di medicina e collaboratore di Atleti al tuo fianco.

 

Ciao Giovanni! Con questa intervista, un po’ inedita per il nostro progetto, vorremmo creare un parallelismo tra la condizione di isolamento sperimentata durante la pandemia Covid-19 e quella che vivono sulla propria pelle i pazienti che ricevono una diagnosi di cancro. Tu, che vivi proprio nei pressi di Codogno e che hai ricevuto una diagnosi di Coronavirus, come hai vissuto questo difficile periodo?

Abito proprio a Castelgerundo, a 2km da Codogno, che è stata inclusa nella prima zona rossa. A cavallo tra il 21 febbraio e il 22 febbraio ho iniziato ad avere febbre altissima (fino a 41°), che è durata per circa una settimana. Dal momento che il mio era un quadro clinico sospetto sono stato portato in ospedale a Lodi, e qui mi è stato diagnosticato il Covid. Siccome i miei sintomi non erano considerati tanto gravi da richiedere l’ospedalizzazione, e avendo io la fortuna di possedere una casa abbastanza grande in cui vivere la quarantena in isolamento, sono stato riportato al mio domicilio, presso il quale ho trascorso 60 giorni in solitudine chiuso in camera mia.

Alcune malattie hanno la tendenza a toglierci dalla condizione di anonimato in cui spesso siamo soliti vivere. Questo può diventare sgradevole in alcuni momenti, e tende ad identificare la persona con la patologia di cui è affetto. C’è stato un momento in cui Codogno, e la zona in cui vivi, si è fissata nell’immaginario collettivo come una sorta di lazzaretto, e da parte degli Italiani c’era nei vostri confronti quasi un velato senso di accusa. Da spettatore interno, come giudichi quanto accaduto in questo frangente?

È stata una sorta di déjà-vu: io ho già vissuto tutto questo sulla mia pelle quando, a seguito di un incidente accaduto 25 anni fa, sono stato costretto a vivere in carrozzina. Anni fa nei confronti della disabilità non c’era la stessa attenzione che c’è oggi, e noi disabili in un certo senso non eravamo nemmeno considerati persone normali. Rivivere questa sensazione di isolamento e giudizio mi ha fatto soffrire non poco, anche perché il nostro isolamento è stato più traumatico di quello messo in atto nel resto del Paese, e nel nostro caso era intervenuto addirittura l’Esercito a blindare i confini. Va detto però che con l’aiuto dei medici di tutta Italia ne stiamo lentamente uscendo, e ora la zona di Codogno è diventata famosa, tutto il mondo sa dove è Codogno.

In queste situazioni, come hai anticipato, può scattare in effetti un senso di affetto ed empatia che può anche non fare piacere a chi lo riceve, perché spesso accompagnato da una sorta di commiserazione. Questo tema lo hai conosciuto innanzitutto come persona in sedia a rotelle, ed in seguito come abitante di Codogno. Facci capire che se questi occhi così attenti, anche nel momento della vostra ripartenza, sono un aiuto e un incoraggiamento o se invece sarebbe più d’aiuto essere trattati come tutte le altre realtà italiane.

Senz’altro fa piacere che la gente ci ricordi: è venuto in visita da noi il Presidente Mattarella, le Frecce Tricolori… Segni di vicinanza e gratitudine non sono mancati, ma penso che sia giusto tornare alla normalità tutti insieme, senza differenziare troppo una zona dall’altra. Tanti qui hanno ancora paura, e la paura è più che motivata, ma credo sia importante ripartire, ed è fondamentale farlo tutti insieme!

Uno dei tabù più grandi ad oggi è quello della morte. Bisogna fare di tutto perché una persona con diagnosi di cancro non pensi continuamente alla morte ed è un tema sul quale personalmente, con il progetto di Atleti Al Tuo Fianco, insisto molto. Non esiste però un concetto di vita senza il concetto di morte, e pensare che non nominarla e cancellarla dai propri pensieri sia un aiuto in realtà non corrisponde al vero. L’aiuto è permettere alle persone di sintonizzarsi con la realtà e con le persone che le circondano. Affrontare una situazione insieme a persone che ti capiscono è meglio rispetto al farlo con persone che non ti capiscono. Raccontaci se questa costante allusione al pericolo di morire sia stato un motivo di angoscia per te e se magari avresti gradito che di morte non si parlasse proprio.

Era giusto parlarne. A causa del Covid ho perso uno zio. Quanto a me devo dire che durante l’isolamento paura vera e propria non ne ho mai avuta, o quantomeno non è mai andata oltre alla soglia fisiologica che una situazione di questo tipo ha comportato per tutti, perché comunque oltre alla febbre non ho avuto altri sintomi. Il momento più spiacevole è stato senz’altro la corsa in ambulanza verso l’ospedale: l’essere solo, con la paura di non poter vedere i miei cari, è stato molto angosciante.

Spesso in oncologia siamo obbligati ad affrontare il tema dell’incertezza, e questo può portare il paziente, addolorato e confuso, ad abbracciare teorie prive di fondamento proposte da persone non competenti. Ciò rappresenta un grande problema per l’oncologia, che ad oggi risulta ancora irrisolto. Mentre eri ammalato il dibattito da scientifico si è tramutato in dibattito da salotto, all’interno del quale è stato dato ampio spazio anche a persone che non conoscevano questa malattia. Che sensazioni ti ha provocato l’assistere a questa situazione?

Molte persone hanno creato confusione, instillando ulteriore angoscia nelle persone, che non riuscivano più ad interpretare la realtà che li circondava. Io personalmente ho visto mia madre patirne molto. Mi arrabbiavo nel vedere i dibattiti in TV in cui si dava spazio a persone prive di competenze: per quanto mi riguarda bisogna esprimersi solo su ciò in cui si hanno conoscenze a sufficienza.

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