Atleti al tuo fianco: Daniele Adani

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La lotta al cancro e il mondo dello sport si incontrano nel progetto Atleti al tuo fianco, con l’obiettivo di raccontare la quotidianità di chi affronta un tumore e di far sentire loro la vicinanza degli sportivi professionisti. Il progetto è patrocinato da aRenBì Onlus ed è curato dal dott. Alberto Tagliapietra, medico chirurgo bresciano con diploma d’alta formazione in psiconcologia. Entra a far parte di questa squadra Daniele Adani, in passato calciatore di Inter, Fiorentina e Brescia e oggi cronista sportivo di calcio per Sky Sport.

Ciao Daniele, benvenuto nella squadra di “Atleti al tuo fianco”, composta da sportivi che rivivono la propria carriera da un punto di osservazione particolare, che permette un confronto e un dialogo con la storia della vita quotidiana delle persone che affrontano un tumore. Per avvicinarci a questo obiettivo, partiamo dagli aspetti che meno conosciamo di te: spogliati della veste di sportivo e cronista e scegli cosa raccontarci per presentarti.

Mi chiamo Daniele Adani, mi presento come faccio in ogni situazione, come farei con i miei amici di sempre, del mio paese nella Bassa Reggiana, ma anche quando parlo davanti alla telecamera: salutando e abbracciando, fisicamente e metaforicamente. Mi fa piacere partecipare a questa iniziativa, credo che una delle cose più importanti sia mostrarci senza veli addosso: è quello che cerco di fare nel mio lavoro e come persona, con la passione ma anche le debolezze in evidenza. Gli occhi, l’anima, i sorrisi, gli abbracci, sono strumenti che non possono mentire: io cerco di mostrarmi a tutti nella maniera più primitiva che conosco e che mi caratterizza, perché non ci sarà nessuna competenza o professionalità acquisita nel tempo che mi renda migliore a quando mi presento con il mio spirito più semplice e più naturale possibile. Io sento che più sono me stesso, più mi sento libero di mettere la vita dentro i rapporti. Non riuscirei mai a fare una cosa senza inserire l’aspetto umano, a inserire quel bambino che tanti anni fa giocava con il migliore amico da una porta all’altra dei cancelletti della strada. Se io non porto quella emozione lì in tutte le cose che faccio, non sono me stesso. Sono felice di partecipare a questa iniziativa per molti motivi, ma per uno in particolare. Io ho perso la mia mamma per un cancro nel gennaio 2012 e lì sono cresciuto molto come persona; nonostante il dolore immenso, penso di aver fatto un salto in meglio, perché in quel frangente ho sentito la forza dell’amore rivelata come mai, sia durante il percorso, sia negli ultimi giorni che io vado ad identificare in una sorta di porto franco tra la Terra ed il Paradiso. Io ho vissuto quei 19 giorni differenti da tutto, li ho bene impressi e potrei descriverli giorno per giorno perché lì, ho vissuto una rivelazione d’amore mai vista e mai sentita prima.

Quando il cancro entra nella vita di una persona, immediatamente crea uno sconvolgimento enorme: ti fa percepire che ha potenzialità più grandi delle tue, perché potrebbe essere in grado di portarti al termine della tua vita senza che tu glielo possa impedire. Anche se non lo conosci ancora nella sua specifica identità, la sua potenzialità distruttiva alimenta la sensazione di una tua impotenza contro di lui. Con il tempo e attraverso la psiconcologia, alle persone che sono in relazione con un tumore viene insegnato che non è richiesto essere forti quanto il tumore stesso, ma che è importante diventare abili. Imparare ad affrontare passo dopo passo le singole situazioni è un aspetto fondamentale perché lo si affronti non con la potenza ma con l’abilità. Nella tua carriera da difensore, come fronteggiavi quegli attaccanti che, se paragonati a te sul piano della forza, avevano indiscutibilmente potenzialità maggiori?

Secondo me, l’uomo ha la grande forza di trovare dentro di sé delle risorse più potenti di quanto avrebbe mai pensato. Ho sempre studiato i miei avversari, ma ci sono delle situazioni in cui la strategia, lo studio e la concentrazione non bastano, devi appellarti ad una forza più grande. Mi è capitato spesso di trovarmi in campo, soprattutto nelle prime esperienze, contro giocatori più veloci e più tecnici; dovevo trovare strumenti diversi rispetto a tecnica e velocità. Allora cercavo per esempio di limitare il  mio  avversario mandandolo, per quanto possibile, in una zona del campo dove potesse essere meno pericoloso: entravano in campo delle strategie che, tra la preparazione e l’improvvisazione, mi ponevano in un gioco mentale dove avevo possibilità di essere più abile se anche possedevo meno potenzialità. Ogni volta, con confronti e valutazioni differenti: tu sei forte sia di destro sia di sinistro, allora io cerco di affrontarti e tenerti lontano dall’area. Tu sei più bravo nell’uno contro uno, allora cerco di mettermi con una posizione del corpo da spostare la tua traiettoria di corsa verso un mio compagno, così siamo due contro uno. Per farmi gol, per superarmi, tu avversario devi davvero portarti oltre ogni limite, perché io cercherò sempre qualcosa di diverso per contrappormi a te. A quel punto il ruolo del difensore evolve, da un pensiero di reazione al comportamento dell’attaccante, a protagonista: con un’azione anticipata, porto lui a reagire ad un mio movimento. Io so che sei più forte, ma se mi metto in condizione di danneggiarti, di affrontare una nuova e costante sfida di azione e reazione, porto il duello su un piano che non è più fisico e tecnico, ma è anche mentale, e in quel campo potrei essere più forte io.

La sensazione di ansia che serpeggia nelle pieghe dell’animo è un nemico insidioso e costante per chi vive un tumore in prima persona o accanto ad una persona cara. Gli eventi imprevedibili che si incontrano nella quotidianità si alternano a quelli che ci si aspettava di incontrare: il tentativo di renderli tutti prevedibili, genera uno stato d’angoscia devastante. Per questo, è fondamentale allenare non solo la preparazione agli eventi, ma anche l’adattabilità, la capacità cioè di accettare situazioni inattese e di improvvisare la reazione costruttiva. Come riuscivi da difensore ad abbinare in un unico istante, le nozioni che ti eri preparato sul tuo avversario con le situazioni improvvise che si verificavano sul campo?

Per me personalmente la chiave è stata non una condizione del gioco ma dell’animo: l’autostima. Per me è sempre stato fondamentale ricordarmi che il mio percorso non fosse inferiore a quello dell’avversario cui mi trovavo davanti. Il mio è un tragitto di sacrifici, la mia strada parte da lontano, esattamente come quella del campione che ho di fronte: in questo modo, l’autostima mi ha portato a superare le paure dell’imprevedibilità. Ho avuto di fronte a me Ronaldo, Batistuta, Weah, Balbo, Vieri, Totti: loro avevano sempre una soluzione, ma dal mio punto di vista, io non potevo permettere a nessuno di andare sopra la mia autostima che mi ha portato a fare un determinato percorso. Quindi, non potevo partire battuto per le loro qualità, non l’avrei mai concesso, perché se il destino mi aveva portato a giocarci contro è perché potevo effettivamente stare in quella sfida, a prescindere dal risultato finale.

Uno dei danni più grandi che si possano fare al profilo emotivo di una persona ammalata di cancro è dirgli “devi essere forte”. Non è assolutamente vero, anzi, è fondamentale che alcune volte ci si prenda la libertà di essere estremamente deboli. La struttura emotiva deve poggiare su dati reali, e la realtà in oncologia è fatta da una frequente alternanza di forza e debolezza. Questa debolezza è importante per imparare a poggiarsi anche sugli altri, che in certi momenti ti offriranno supporto, in altri ti regaleranno la splendida intimità della loro debolezza. Ti è mai capitato che questo pensiero di consapevolezza della tua forza non si sia ben integrato con i tuoi compagni di reparto difensivo?

Nel calcio c’è un capogruppo, l’allenatore, che coordina una serie di persone, compagni di squadra che devono trovare una collaborazione interiore, tutti insieme con lo staff. È fondamentale creare un rapporto vero, strategico e lungimirante in comune che possa valorizzare tutte le potenzialità dei calciatori. Mi è successo che questo non si riuscisse a trovare, non solo nel reparto ma nella squadra intera, non arrivando a fondere le nostre potenzialità singole e unirle come collettivo per farle diventare più forti. Quando questo mi è capitato, mi ha dato fastidio indipendentemente dal risultato, che è una cosa secondaria. È la nobiltà del percorso che bisogna valorizzare e, se questo concetto non è stato ben approfondito, viene meno la sicurezza agli interpreti, portando paura e indecisioni. L’evidenza che la forza non sia l’obiettivo a priori è dimostrata dalla partita in cui magari marchi Totti senza fargli toccare palla, e tu esci dal campo contento anche sei hai perso due a zero. Quello è l’inizio della fine, perché non c’è la collaborazione, non c’è l’obiettivo condiviso, che si costruisce allenamento dopo allenamento lavorando su risorse e limiti, prima singoli e poi comuni.

In oncologia, la statistica è uno strumento spesso usato dai medici per orientare i pazienti all’interno della propria possibilità di guarigione. Eppure, le statistiche fanno riferimento a casi già avvenuti, molto diversi l’uno dall’altro, che insieme costituiscono un volume numerico di riferimento molto vasto. Queste cifre non sono in grado di prevedere con certezza la storia della specifica persona con cui i medici stanno parlando, perché essa sarà ancora tutta da scrivere; per questo è fondamentale aiutare paziente e familiari ad orientarsi bene sul valore relativo di un pronostico, che è costruito sulla casistica precedente alla loro storia. Nel calcio, qual è il legame che mette in relazione una partita, e quindi l’evento sportivo, con la realizzazione di un pronostico, ovvero la possibilità che nel succitato evento si verifichi un esito prevedibile?

La passione che accompagna il calcio arriva a creare intorno all’evento un movimento di battito e di dialogo sicuramente elevatissimo, in un campo come quello dello sport che comprende sia l’imponderabile, sia la certezza. Per quanto sembri un paradosso infatti, la certezza che abbiamo prima di un evento sportivo è data dall’impossibilità di prevedere con sicurezza quel che succederà e proprio questa diventa la sua bellezza. Il rapporto a braccetto tra questi due elementi mette in contrapposizione nel calcio l’emozione positiva e il dramma della sorpresa in negativo, che porta interesse, fascino e curiosità anche prima dell’evento stesso. Nella preparazione, nel percorso di avvicinamento al compimento dell’evento, lo sport è già bello, al di là del risultato: è l’insieme di sfida, adrenalina, paura, coraggio, notti insonni che già stai vivendo. Tutto questo non fa altro che alimentare ed innalzare la carica dell’attesa, generando sensazioni che si trasformeranno in un’emozione ancora più forte quando le vivrai nel corso della gara. È l’evento che si colloca al centro di tutto, ma l’evento stesso richiede il valore del percorso di avvicinamento. Facciamo l’esempio di una partita di Champions League: se tu sei il Copenaghen, o l’Utrecht, o il Vaslui e devi affrontare il Real Madrid, tu non puoi vivere il percorso di preparazione senza la passione, l’amore per il tuo lavoro, il riconoscimento verso la tua gente, i tuoi tifosi, la gratificazione fra lo staff medico, tecnico, societario, l’addetto stampa, il magazziniere e il segretario; tutto il tuo gruppo deve essere unito per avere e vivere la possibilità di battere il Real Madrid. È per questo che si genera un percorso anche di previsione, di pronostico: sono le emozioni a chiedertelo, a presagire le possibilità. Poi, l’evento sportivo sarà uno solo e mostrerà la realtà, ma il percorso è l’insieme di tutte le emozioni che accompagnano e identificano la storia di quell’evento ancor prima che esso si completi.

Nell’ambito della psiconcologia, è fondamentale che un medico sia consapevole di trovarsi di fronte un paziente e una famiglia che stanno vivendo un momento cardine della storia della propria vita. Con questa consapevolezza, è importante che il medico sappia scegliere e pesare le singole parole con cui comunica i contenuti clinici, affinché esse raccontino la verità sintonizzandosi con le tensioni e le emozioni delle persone che, attraverso quelle parole, ascoltano una svolta della propria vita. Il modo in cui si comunicano le diagnosi può cambiare eternamente la storia di interi nuclei familiari. Nel tuo lavoro da cronista sportivo, sei chiamato ad usare la parola per descrivere eventi che coinvolgono le emozioni di un vastissimo numero di persone. La consapevolezza che le tue parole sposteranno lo stato d’animo di una platea molto ampia, influenza la scelta dei termini e delle espressioni che usi nel racconto degli eventi sportivi?

L’Italia è un paese calciofilo e tutti hanno il diritto di vivere la passione per questo sport: questo lo confermo in ogni mio commento su Twitter nel quale inserisco l’hashtag “#ilcalcioeditutti”. Chi però lavora nell’ambito del giornalismo e del racconto calcistici, ha più oneri che onori, perché occuparsi di comunicazione, di mettere cioè in relazione una vastità di persone con un evento attraverso il racconto e l’analisi, richiede una preparazione e uno studio costanti che rappresentano le fondamenta dell’attendibilità. Se non sei preparato sulla comunicazione, sulle sue dinamiche, sulle responsabilità che essa prevede, non dovresti essere chiamato ad occupartene. Parlo di responsabilità perché è importante rendersi conto che attraverso le parole che un cronista sportivo usa per dar voce ad un evento, si può anche fare del male a chi sta ascoltando e vivendo l’evento con la propria passione. Ci deve essere prima di tutto un essenziale profondo rispetto nei confronti di chi sta seguendo l’evento, perché in comunicazione, l’ascoltatore è un cardine più importante di colui che parla. Chi ascolta è infatti il destinatario di ciò che dici, ma le parole sono solo un elemento della comunicazione: c’è un insieme di fattori che vanno coltivati dettagliatamente prima del momento della parola, perché l’ascoltatore lo sa decodificare. Il pubblico capisce se sei annoiato o sei innamorato di quel che stai raccontando, se sei preparato o se stai improvvisando la tua competenza. Senza questa base, che viene prima della parola, non possiamo nemmeno parlare di comunicazione nello sport, e nello specifico nel calcio. Su queste fondamenta possiamo poi quindi costruire il linguaggio, che a sua volta deve essere un riferimento inequivocabile: la competenza nella scelta di una parola rispetto ad un’altra è lo strumento che permette di generare cultura, evitando la confusione che è la madre dell’incomprensione. Un insieme di cronisti competenti userà lo stesso linguaggio, aiutando l’ascoltatore a comprendere il gesto sportivo, che è l’essenza dell’evento. Tutto questo si deve poi farcire dell’elemento della passione del cronista, che non significa il tifo per una squadra, ma la pulsione d’amore nei confronti dello sport che sta commentando, la cui magnificenza è in grado di emozionare tanto te che ne parli quanto tutti coloro che ti stanno ascoltando. A quel punto avremo raggiunto il nostro vero e forse unico obiettivo: essere uno strumento che avvicina lo spettatore e l’evento sportivo, perché noi siamo in mezzo tra la gente e il calcio, con due braccia allargate per unirli. La mia è una personale lotta, perché per me è fondamentale trasmettere al mondo degli spettatori del calcio in Italia che, per parlare di questo magnifico sport, devi essere preparato. Se a questa preparazione unisci il rispetto del ruolo dell’ascoltatore e l’amore infinito per lo sport che stai commentando, allora le parole non saranno più una scelta ma un frutto, che potrà germogliare liberamente perché sarà pronto per raccontare un evento istantaneo e contemporaneamente lasciare il segno nel tempo, non solo per la portata del gesto a cui si riferisce, ma perché contribuisce all’evoluzione della cultura di chi ascolta e se ne nutre. A quel punto, avremo dato un senso al nostro lavoro.

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