Atleti al tuo fianco: Francesco Belli

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La lotta al cancro e il mondo dello sport si incontrano nel progetto Atleti al tuo fianco, con l’obiettivo di raccontare le difficoltà della quotidianità di chi affronta un tumore e di far sentire a queste persone la vicinanza degli sportivi professionisti parlando di aspetti dell’agonismo legati alle emozioni. Il progetto è patrocinato da aRenBì Onlus ed è curato dal dott. Alberto Tagliapietra, medico chirurgo bresciano con diploma d’alta formazione in psico-oncologia. Questa è la testimonianza di Francesco Belli, calciatore del Pisa cresciuto nel settore giovanile della Fiorentina.

Ciao Francesco, benvenuto nel progetto Atleti al tuo fianco; grazie a questo dialogo insieme trasformeremo la tua attività calcistica in un’opportunità per parlare di cancro e creare spunti di reazione per chi sta affrontando un tumore maligno, in prima persona o accanto a chi lo sta combattendo. Per iniziare a calarci nell’atmosfera necessaria per raggiungere questo obiettivo, raccontaci qualcosa di te, che esuli dalla tua attività calcistica: chi è Francesco Belli quando non è su un campo da calcio?

Ciao a tutti, mi chiamo Francesco Belli, come molti miei coetanei mi piace divertirmi e stare in mezzo alla gente, anche se ovviamente tutto deve sempre rientrare all’interno di alcuni standard imposti dalla vita dell’atleta professionista. Io vengo da Firenze, amo molto ridere e scherzare come spesso i fiorentini vengono rappresentati. Sono abbastanza a disagio se passo del tempo da solo, per questo anche con la squadra sono solitamente il primo ad arrivare agli allenamenti e l’ultimo ad andarmene, perché mi piace molto vivere l’atmosfera dello spogliatoio. Sentirsi in una famiglia anche quando si è fuori dal campo è una cosa straordinaria e per me molto importante. Per il resto, sono un ragazzo appassionato di sport anche da spettatore, soprattutto il basket NBA; seguo con grande piacere anche il tennis e la pallavolo: entrambi i miei genitori sono stati due giocatori di volley, quindi è da quando sono un bambino che respiro sport in casa. Tra i miei atleti preferiti c’è Ivan Zaytsev perché secondo me rappresenta l’emblema di noi italiani, ha grande carattere e non molla mai.

Non mollare ed imparare ad essere forti sono aspetti fondamentali in oncologia. Molti pazienti vivono però come la diagnosi di tumore rimetta completamente in discussione le certezze del proprio carattere, soprattutto i lati di forza sembrano improvvisamente perdere capacità di fronte a una realtà completamente nuova e molto difficile. Ti è mai capitato nello sport di vivere una situazione in cui tutte le tue doti venissero rimesse in discussione da capo e dovessi dimostrare il tuo valore ripartendo dalla costruzione di nuove certezze?

Assolutamente sì: io ho fatto il settore giovanile nella Fiorentina e quando da ragazzo cresci in una società di questo livello è facile sentirti molto molto forte rispetto ai tuoi avversari. Quando poi fai il salto nel mondo del calcio professionistico degli adulti, tutto viene rimesso in totale discussione e devi essere bravo a capire che quanto hai preparato nel tuo percorso di crescita non sparisce ma che, allo stesso tempo, non rappresenta più la certezza su cui poggiarti. È fondamentale ripartire mettendoti in discussione in ogni singola nuova sfida, affrontando la quale riuscirai a crescere per raggiungere nuove capacità richieste dalle situazioni incontrate. Questo non è per niente facile ma è, al tempo stesso, la base della crescita per evolvere sempre in direzione positiva, anche grazie ai compagni più esperti di te che con un richiamo o a volte anche un rimprovero ti spronano ad essere sempre attento e concentrato, tenere i piedi per terra e continuare a lavorare per migliorare.

Una diagnosi di cancro butta per aria molte certezze: si è costretti a ripartire non tanto da zero, ma da se stessi, in tantissime situazioni che non sono più uguali a prima. Raccontaci come funziona invece per un calciatore. Tu quest’anno hai cambiato maglia, compagni, ambiente, città: ci vuole del tempo per un giocatore per ricostruire delle certezze in una nuova squadra?

Sicuramente anche per un calciatore che si trova a dover cambiare squadra inizialmente c’è un periodo di incertezza. Allo stesso tempo però c’è la voglia immediata di rimettersi in gioco da zero e dimostrare il proprio valore sia ai nuovi compagni che all’allenatore. Questo crea tanti nuovi stimoli che ti fanno accantonare immediatamente le piccole incertezze, che ovviamente ci sono quando si affronta un cambiamento radicale. Come sempre si parte dalle piccole cose, dai singoli allenamenti per cercare di ricostruire quelle certezze che avevi nella vecchia squadra. Molto dipende anche dalle persone che ti stanno affiancando e che nel mio caso mi hanno aiutato subito a inserirmi all’interno del gruppo.

Lo spirito costruttivo che mostri nella tua analisi è una delle basi da costruire per far poggiare l’evoluzione della propria mente. È comunque umano avere giornate in cui questa positività non riesce ad esprimersi e sembra lasciare il panorama completamente buio. Ti è mai capitato di temere o percepire che una difficoltà potesse essere per te troppo grande e che potesse mettere fine ai tuoi sogni?

Sì, quando ero alla Fiorentina ho dovuto affrontare un piccolo intervento al cuore, una cosa minima considerata di routine nell’ambito della cardiochirurgia ma che, per necessità correlate, mi ha tenuto per sei mesi lontano dai campi di calcio. Per quanto tutti i medici mi rassicurassero in maniera professionale e anche molto sensibile, a 17 anni non potere scendere in campo è molto difficile e ho vissuto fino in fondo il timore che per qualche motivo, una volta guarito non potessi riprendere l’attività liberamente. Mi sono dovuto rimboccare le maniche, ho ricevuto l’aiuto della mia straordinaria famiglia che mi è stata vicina e fortunatamente è andato tutto come i medici avevano previsto, sono tornato a fare il calciatore senza alcun problema.

Cosa ti ha aiutato a reagire in quei momenti di difficoltà interiore?

Sono stati tanti i momenti in cui mi sono trovato nei miei pensieri a ripetermi “Stai tranquillo, vedrai che andrà come ti stanno dicendo i medici, tutto tornerà come prima”. Il problema è che quando sei ammalato, hai molto più tempo per pensare ed è per questo che è necessario aiutare la propria mente a creare pensieri positivi che ti aiutino a sollevarti nei momenti di difficoltà. Io mi sento di dire che per me è stato necessario calarmi nella sfida, capire che c’era un avversario forte ma c’ero anch’io, con la mia mente e i miei pensieri. Pensare giorno dopo giorno che ogni cosa stesse riprendendo il suo posto, anche lentamente ma con il tempo necessario, mi ha senza dubbio aiutato a superare il tutto.

Il distacco dalla quotidianità è un elemento molto destabilizzante per la serenità di chi sta combattendo il cancro: non riuscire a compiere quel che prima si faceva abitualmente ti fa percepire in maniera violenta la distanza dalla salute, dalla libertà di azione e certe volte anche dalla felicità. Tu come hai vissuto il periodo in cui, dopo l’intervento, hai dovuto attendere il via libera dei medici per poter tornare a giocare liberamente a calcio?

Non è stato facile, perché per due mesi ho dovuto fare riposo totale, senza compiere il minimo sforzo, poi dal secondo mese in avanti ho potuto riprendere a fare un minimo di moto, qualche passo di corsa, ma senza ancora poter toccare il pallone da calcio. Poi gli ultimi due mesi, quando ho avuto il nulla osta dei medici, mi son dovuto dare da fare per rimettermi in pari con il resto della squadra, lavorando quindi ancora in disparte per raggiungere uno standard atletico accettabile per il campionato che stavo disputando. Sono stati sei mesi tosti, perché vedevo i miei compagni in campo a divertirsi e io dovevo solo aspettare, senza poter fare nulla per accelerare la ripresa. Non era l’operazione ciò che mi pesava di più: quella era la necessità di una cosa che mi era capitata, me ne ero fatto una ragione. Io a quel punto volevo solo riprendere a giocare, che rappresentava in sintesi la mia vita e la mia gioia. Alcune volte però la tua mente svolta più velocemente rispetto alla realtà, è importante sincronizzarsi con essa e spesso, contrariamente a quanto si creda, è richiesto di rallentare per trovare pace con i tempi necessari alla vita.

Sul campo da calcio, qual è secondo te la tua dote migliore?

Credo di esprimere il meglio di me nella fase difensiva, sono un calciatore molto applicato, concentrato, cui piace vivere l’uno contro uno con l’avversario che ti punta palla al piede.

Come gestisci in partita la situazione in cui un avversario, dopo aver vinto la sfida uno contro uno con te, in una nuova azione si prepara a puntarti nuovamente palla al piede? Riesci a resettare le scorie negative dell’azione precedente e a concentrarti sulla nuova situazione di gioco che rappresenta comunque un tuo punto di forza?

La difficoltà di una situazione come questa sta nell’isolare gli elementi negativi lasciati dall’esito precedente e cancellarli; tuttavia non devi tralasciare tutta la situazione vissuta, perché se l’avversario ti ha superato in precedenza devi far tesoro dei motivi per cui ci è riuscito. Nella nuova situazione ti devi presentare concentrato ed attento, ma devi lasciare che cadano dalla tua mente le sensazioni negative della situazione vissuta precedentemente perché anche solo un istante di titubanza verso una costruzione positiva della sfida potrebbe essere decisivo per l’esito. La tua mente deve essere sempre volta alla possibilità di riuscire a raggiungere l’obiettivo, consapevole delle tue qualità e delle tue risorse. Però sono tanti i fattori che non si possono improvvisare in una situazione simile, devi preparare il tuo fisico, allenare la tua mente, mantenere sempre una predisposizione all’accettazione delle sfide, anche quelle nuove, anche quelle in cui hai appena fallito. Ogni giorno, semplicemente stando bene con le persone intorno a te, tu predisponi la tua mente a una visione positiva: non ti devi mai allontanare da questo elemento, perché è ciò che ti deve guidare quando gli eventi sembrano essere avversi. Quello è il salvagente a cui ti devi aggrappare, e più lo avrai saputo crescere e rinvigorire, meglio ti saprà sostenere nel mare in tempesta.

 

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