Atleti al tuo fianco: Simona Gioli

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Raccontarsi come sportivi per aiutare chi sta affrontando il cancro: questo è in sintesi il progetto “Atleti al tuo fianco”, guidato dal dottor Alberto Tagliapietra, medico chirurgo di Montichiari (BS) con diploma d’alta formazione in Psico-oncologia, e patrocinato da Arenbì Onlus. Gli atleti rispondono a domande mirate per raccontare momenti particolari della loro carriera e offrire spunti di ispirazione e reazione per chi si trova a vivere la quotidianità affrontando un tumore. Prende parte a questa sfida Simona Gioli, pallavolista italiana campionessa d’europa nel 2007 e nel 2009.

Ciao Simona, benvenuta nel progetto Atleti al tuo fianco. Oggi parleremo di pallavolo in un modo diverso dal solito: la tua attività agonistica sarà infatti usata a pretesto per trattare alcune tematiche che riguardano le persone che stanno combattendo contro il cancro. Per avvicinarci a questo obiettivo, prima di tutto parlaci di te, presentati a tutte le persone che leggono questa rubrica: chi è Simona Gioli quando non è su un campo da pallavolo?

Ciao a tutti, mi chiamo Simona Gioli e mi fa molto piacere partecipare a questa iniziativa. Parlare di me fuori dai campi non è complicato, soprattutto ponendo un momento cardine nella storia della mia vita: nel 2006 sono diventata mamma di Gabriele e da lì in avanti il tempo che non passo sui campi cerco di condividerlo il più possibile con lui. Allora ho fatto una “mattata”, perché 20 giorni dopo il parto ero già di nuovo in campo e da allora la mia vita è diventata: Gabriele, andare al palazzetto, concentrarmi per allenamenti e gare, tornare da Gabriele. Per me la vita si divide quindi in due fasi direi stagionali: l’inverno, in cui mio figlio continua la scuola nella città in cui è cresciuto e io ho la stagione agonistica e faccio avanti-indietro per stare con lui, e l’estate, in cui invece ho molto più tempo libero dai campi e posso gestire questo ritmo con più facilità. Quando mi trovo mezze giornate libere, dedico il mio tempo al relax, alla lettura, ma soprattutto alla casa, perché ho necessità di avere sempre tutto in ordine: quando vedo la casa ordinata, per me è sinonimo di relax, altrimenti non riesco a riposarmi serenamente. Sono ai limiti della mania, me ne rendo conto.

Il concetto di casa è molto importante per una persona che si ritrova ad affrontare molti ricoveri in ambienti ospedalieri per una diagnosi di tumore. È fondamentale che la medicina sia sempre più attenta al livello di accoglienza che offre ai propri pazienti quando devono spendere del tempo in un ambiente che non è la propria casa, che di per sé è un aspetto già disagiante. Da pallavolista hai spesso viaggiato di città in città: quanto è stato importante per te avere un luogo da poter chiamare casa in ogni nuova destinazione?

Un’atleta cambia casa spessissimo, non solo quando cambia squadra, spesso anche nella stessa città veniamo trasferite di domicilio. La prima cosa che un’atleta fa quando entra in una casa nuova è cercare di renderla un po’ sua, di seminare oggetti personali: ci sono aspetti che infatti aiutano a rendere un ambiente freddo e asettico più familiare. La stessa cosa succede con le città in cui gioco: il bar sotto casa dove vai a prendere il caffè, le persone che incontri per le strade, le attività commerciali a cui ti appoggi diventano via via dei punti di riferimento familiari. Mi sono resa conto di questo quando ho passato quattro anni della mia carriera in Russia, in un ambiente completamente diverso e con culture e abitudini molto distanti dalle mie consuetudini. Lì avevo quindi cercato in ogni modo di creare nell’appartamento che mi era stato dato a disposizione “la mia casa”, al punto che quando rientrai in Italia dovetti organizzare una spedizione speciale per portarmi via tutte le cose che ero riuscita a disseminare in appartamento.

Quale è per te il primo elemento che contribuisce a rendere un ambiente non tuo casa tua?

Le fotografie, gli oggetti che sei abituata ad utilizzare, o anche per me, ad esempio, era fondamentale avere gli ingredienti che sono solita utilizzare per cucinare: già con questi elementi potrei dire che un ambiente diventa casa mia, se posso cucinare quel che mi piace per qualcuno con facilità.

Tra le caratteristiche che i pazienti e i familiari richiedono come fondamentali in un bravo medico vi è la capacità di parlare un linguaggio comprensibile, soprattutto mentre spiega l’ambito prettamente clinico e oncologico. Capire quello che sta succedendo alla tua salute è una condizione fondamentale per fidarsi fino in fondo della persona che te lo sta spiegando. Tu hai vissuto in Russia le difficoltà date da una lingua completamente diversa: come hai convissuto e affrontato questa situazione? Hai mai incontrato incomprensioni che rendessero il tuo animo poco sereno?

Devo premettere che io sono una persona che sa stare molto bene anche da sola, per cui sotto il punto di vista sociale la barriera linguistica non mi ha creato difficoltà. Tutt’altro discorso invece per quel che riguarda la sanità: mi è capitato infatti di vivere dei piccoli infortuni mentre ero in Russia e subire dei controlli e delle manovre tese a modificare il mio stato di salute. Non avere la minima possibilità di capire quello che mi stessero facendo è stata per me una difficoltà enorme, anche perché sono una persona sempre molto attenta sia ai farmaci che devo prendere sia a quello che mi viene fatto come intervento sanitario. Ho avuto assolutamente paura, e posso solo immaginare cosa voglia dire non comprendere quello che ti sta succedendo quando in gioco c’è la tua vita. Sotto il profilo della serenità, io credo che non ci sia niente di peggio che ricevere un servizio sanitario e non avere la minima possibilità di capire quello che ti viene attuato. È molto evidente quando ci sono due lingue diverse come il russo e l’italiano, ma il danno è ancora più grande quando la lingua e la medesima e non vi è la capacità di chi spiega di livellare i concetti all’altezza di chi ascolta. I medici devono darsi da fare perché è fondamentale far sentire bene i pazienti con le cure, ma anche con l’accoglienza e con la comunicazione comprensibile: non tutti hanno una laurea in medicina, ma la serenità data dalla consapevolezza di quel che ti sta succedendo deve essere di stimolo, perché diventa un alleato nei percorsi di terapia.

Quando una diagnosi di tumore entra all’interno di un nucleo familiare, la prima reazione per tutti è uno stato di shock quasi paralizzante, dopodiché ognuno cerca di riorganizzare se stesso, cercando di apportare benefici a sé e ai propri familiari. Ognuno fa la sua parte per le proprie possibilità, capacità e attitudini, ma anche i propri limiti. La pallavolo è uno sport che specializza gli atleti in base al ruolo che ricoprono: raccontaci cosa si prova ad essere molto bravi in un fondamentale e offrirlo alle proprie compagne di squadra, che a loro volta sanno fare bene qualcosa che a te manca completamente.

Nella pallavolo di alto livello, ogni atleta sa fare in maniera eccelsa pochissime cose, a volte anche una sola, un gesto che unito ai singoli gesti eccelsi delle altre atlete compongono la squadra vincente. Di me hanno sempre detto che facessi molto bene la veloce, tant’è che avendo vinto molto, anche in Nazionale, dopo essere diventata mamma, il mio soprannome era “Mamma Fast” in onore di quel colpo. Già quando sei giovane incominci ad assorbire la capacità di eseguire bene un determinato gesto osservando le atlete più esperte di te, e attraverso loro capisci quale sarà il tuo ruolo in futuro all’interno delle squadre in cui ti troverai. Non importa se non hai tutte le caratteristiche migliori, se fai bene una cosa tutti avranno sempre bisogno di te per quella cosa. E con l’insieme delle atlete forti, capaci quindi di fare bene un singolo gesto diverso, si formano le squadre forti che, con allenatore e staff, vincono i trofei e raggiungono gli obiettivi.

Ma non ti capita mai, anche da atleta di livello altissimo per un gesto eccelso, di sentirti inadatta o estremamente limitata per quello che non riesci ad eseguire in maniera soddisfacente?

Sì, mi capita ogni giorno, ad ogni allenamento, soprattutto con il passare degli anni perché diventando l’anziana, o se preferisci esperta, del gruppo sai che hai delle responsabilità per come affronti la sfida, per come ti alleni e anche per come cerchi di migliorare le tue lacune. Le atlete presuntuose non si pongono mai punti di domanda, ma le atlete che vincono molto sono quelle che ogni giorno si mettono in discussione, che dopo ogni allenamento, dopo ogni partita, anche la migliore della stagione, vanno a casa in qualche modo non completamente soddisfatte. La sfida è stare in palestra, eseguire costantemente il lavoro per correggere un determinato errore, alcune volte un po’ come dei muli ripetendo sempre, sempre, sempre la stessa situazione, finché non viene bene. Anche l’anno scorso, per me alla soglia dei 40 anni, ogni sera mentre andavo a letto mi ripetevo “Mamma mia, io devo migliorare questo, questo e quest’altro”; alcune volte le atlete giovani mi guardavano sorridendo, ma devi sempre avere dei dubbi, altrimenti ti devi preoccupare.

Nei lunghi percorsi oncologici è fondamentale imparare a gestire i picchi di emozioni e paure, soprattutto nei momenti di attesa dei referti degli esami strumentali. Tu hai giocato sfide, come ad esempio le finali degli europei, che comportano un carico emotivo molto intenso nel loro avvicinarsi. Come hai saputo gestire le emozioni per trasformarle in azione poi sul campo?

È chiaro che parliamo di due contesti molto differenti: non c’è partita che possa avvicinare l’importanza di un referto. Però devo confessare una cosa: io le emozioni di avvicinamento dei grandi eventi sportivi le ho sempre vissute male, anzi malissimo. E non solo quelle partite fondamentali, ma per me anche le normali gare di regular season sono sempre state un incubo mentre si avvicinano: dormo poco, mi tremano le mani e le gambe, mi viene da dire “Oddio non so più fare niente”. Addirittura, mi capita di sognare di non arrivare in tempo al palazzetto, di perdermi per strada, con tutti che ti aspettano e tu non sai dove sei. Poi invece, quando inizia l’evento sportivo vero e proprio, la partita, tutta questa tensione angosciante si dissolve e comincio a giocare con serenità, vivendo la sfida fino in fondo.

C’è qualcosa che hai imparato a fare nel tempo perché hai capito che ti aiutasse un pochino a diluire la tensione prima della sfida?

Sì: essere metodica, ordinata nell’alimentazione, nell’abbigliamento, avere delle regole di riferimento e seguirle, ascoltare sempre un certo tipo di musica, rispettare gli orari, cose di questo tipo. Però al tempo stesso cerco di contrastare questa attitudine anche con spirito di adattamento: se ho queste caratteristiche, questi difetti, pazienza! Nel momento in cui capisci che hai dei limiti e li puoi accettare, io penso che si possa vivere un pochino meglio. Credo che chi sta combattendo contro un tumore stia vivendo ciò che può essere chiamato calvario, quello sì, il nostro è uno sport. Ritengo che tutti noi sportivi, ma non solo, dovremmo spenderci molto di più per le persone che stanno soffrendo nel corpo e nella mente, perché il momento della malattia ti porta via la serenità. Lo sport e gli atleti in qualche modo hanno il dovere di regalartene un po’, dovremmo ricordarcene più spesso.

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