Atleti al tuo fianco: Gianpiero Piovani

Parlare di lotta al cancro conversando con sportivi professionisti delle loro difficoltà e abitudini quotidiane, permettendo loro di avvicinarsi e sostenere chi sta combattendo un tumore: questa è la scommessa che lancia il progetto “Atleti al tuo fianco”, guidato dal dottor Alberto Tagliapietra, medico chirurgo di Montichiari con DAF in psico-oncologia e patrocinato dalla associazione Arenbì Onlus. Oggi ha accettato l’invito in questa sfida Gianpiero Piovani, ex calciatore professionista che ha calcato i campi di serie A con le maglie di Brescia e Piacenza, detenendo attualmente il record di presenze, ben 341, con la maglia della squadra emiliana; dopo aver completato il percorso per diventare allenatore di prima categoria Uefa Pro, adesso svolge il ruolo di coach nella squadra Berretti della FeralpiSalò, compagine che disputa il campionato di Lega Pro.

Benvenuto Gianpiero, grazie per aver accettato questa scommessa: trovare punti in comune tra le sfide che offre lo sport e la battaglia quotidiana di chi deve combattere un tumore maligno. Le tue gesta da calciatore con la maglia del “Piacenza degli Italiani” sono nella memoria di molti appassionati di calcio degli anni ’90, però prima di parlare di sport vorremmo avere la possibilità di conoscerti meglio come persona; raccontaci qualcosa di te: chi è Gianpiero Piovani in tutto ciò che non è stato e non è il calcio nella tua vita?

Grazie a voi per questo invito. Mi chiamo Gianpiero e non Gianpietro come è stato sempre riportato sulle figurine, mi fa molto piacere partecipare a questo progetto. Sono sposato con una donna che ho avuto la fortuna di conoscere molto presto: siamo praticamente cresciuti insieme, abbiamo frequentato la stessa scuola, siamo sposati da 25 anni e abbiamo dei figli. A lei devo solo dire grazie, perché per me è stato molto importante avere al mio fianco una persona che mi ha dato sempre una grossa mano, dentro e fuori dal calcio. A detta di molti, sono una persona molto alla mano, dicono che io sia rimasto quello che ero anche da ragazzino, e questo io lo prendo come un bel complimento. Ci tengo a dire che sono iscritto all’ADMO di Piacenza, credo molto nelle associazioni che possono aiutare persone in enorme difficoltà e a volte basta davvero poco per fare un gesto che ad altri può cambiare o addirittura salvare la vita. Grazie al lavoro di calciatore, ho conosciuto molte realtà d’Italia e ho avuto possibilità di apprezzare le mille sfumature di cui si può godere alle varie latitudini e ciò mi ha dato modo di imparare a stare con gioia in mezzo alla gente.

Quando una persona incontra nella propria vita una diagnosi di tumore maligno, si fissa nella mente un obiettivo che diventa, al tempo stesso, un sogno: quello di guarire, di riappropriarsi della salute e della serenità. Ci sono molte tappe da vivere per coronare questo sogno, spesso avvengono situazioni che istigano a credere di non potercela fare, per raggiungere questo obiettivo bisogna confrontarsi giorno dopo giorno con realtà non facili. Come tutti i bambini che giocano a calcio, anche tu hai vissuto e coltivato un sogno: quello di diventare un calciatore vero, di giocare in serie A contro i più grandi campioni esistenti. Qual è stato nella tua storia quell’elemento che ti ha aiutato in maniera decisiva per raggiungere il tuo obiettivo e riuscire a realizzare ciò che per molti tuoi coetanei è rimasto solamente un sogno?

Ho sempre pensato che se avessi avuto qualche possibilità di raggiungere quell’obiettivo, me la sarei dovuta giocare con serietà e professionalità. Già quando ero esordiente, quindi nell’epoca in cui facevo le scuole medie, mi ero abituato ad andare a dormire presto la sera quando avevo degli impegni importanti: sapevo che rinunciare a qualche divertimento serale era importante perché avrei avuto occasione di essere meglio preparato il giorno successivo sul campo. Non tutti i miei coetanei ci sono riusciti e qualcuno di di loro non ha concretizzato il sogno anche per questo. Ho avuto la fortuna di avere al mio fianco amici che in questo mi hanno sempre aiutato: sapevano quale fosse il mio obiettivo e hanno contribuito capendo le mie rinunce, agevolandomi quando necessario e dando un grande supporto alla mia buona salute fisica ed emotiva. Alcune volte basta incontrare una persona che esercita un ascendente negativo nei tuoi confronti e il tuo sogno va in difficoltà, i miei amici nei miei confronti si sono sempre comportati egregiamente. Poi più avanti, quando sono cresciuto, ho avuto il dono di trovare compagni di squadra più esperti che mi hanno aiutato a maturare, prendendomi sotto la loro ala dandomi dritte che sono state importantissime per il mio futuro. Le persone con cui condividi il percorso per realizzare i tuoi sogni sono determinanti, perché ti aiutano ad essere abile a giocarti al meglio le possibilità che hai di concretizzarli.

Per raggiungere la meta della guarigione, però, si passa anche attraverso la sensazione di allontanarsi dall’obiettivo: le terapie che permettono di giocarsi le probabilità di superare la malattia in certe situazioni ti portano a stare peggio, ad avere difficoltà in normali attività quotidiane come alzarsi dal letto, poter gustare i sapori, parlare senza difficoltà.
Tu sei un allenatore di settore giovanile, e una delle difficoltà del tuo ruolo è riuscire a mantenere distinti i risultati dagli obiettivi. Molte volte, essendo abituati ad un calcio in cui conta solo la vittoria, si fatica a trasmettere che al risultato si arrivi attraverso obiettivi, che certe volte possono prevedere anche delle sconfitte. Cosa è per te importante trasmettere ad un tuo giovane calciatore nei momenti in cui si va ad affrontare una probabile sconfitta, che può però essere per lui parte del percorso di crescita?

È importante avere chiari gli obiettivi e trasmettere la perseveranza necessaria per raggiungerli anche di fronte ad ogni difficoltà. Ogni partita, ogni sfida, ogni allenamento diventa così fondamentale per la crescita, anche a livello comportamentale: se ti comporti bene, se migliori la tua disciplina, la tua organizzazione, sarai poi più forte sul campo. Se in una sconfitta ti sarai comportato nella maniera che rispettava i tuoi obiettivi, ne sarai uscito migliorato e nella giusta direzione. Io credo che una volta i ragazzi, e in generale le persone, fossero tutti più sintonizzati su pensieri comuni, mentre oggi c’è da lavorare in maniera specifica sulle singole mentalità di ogni atleta, che ha un mondo suo personale molto più sviluppato rispetto ad un tempo. Devi cercare di capire come ogni singolo ragazzo può crescere e migliorare, trasmettergli fiducia nei propri mezzi di fronte alle difficoltà e alle sconfitte. Il risultato si guarda sempre alla fine di un percorso a lunga durata, dopo 25-30 partite effettuate si possono tirare delle somme, farlo al termine di ogni singola partita è sbagliato e potenzialmente molto dannoso: la crescita e il miglioramento sono percorsi lenti da affrontare con costanza nel tempo necessario.

E quando eri giocatore, come hai vissuto tu queste situazioni? Sei riuscito a porti gli obiettivi sulla lunga distanza sapendo giocarti al meglio le tappe che costituivano il tuo percorso anche quando i risultati delle singole sfide erano negativi?

Nella mia carriera ho giocato in squadre che avevano sempre o in Serie A l’obiettivo della salvezza, o in serie B quello della promozione, per cui sono stato abituato a giocarmi ogni sfida con la massima intensità e, al tempo stesso, a mantenere un profilo equilibrato dopo qualsiasi risultato perché l’obiettivo finale poteva essere raggiunto solo alla fine di un lungo campionato. Devo dire che in tantissime stagioni l’obiettivo è stato poi raggiunto: col Piacenza, realtà tutta italiana, siamo passati dalla C1 alla serie A e poi abbiamo realizzato 6 salvezze in 7 anni, un’impresa incredibile; a Piacenza sono stato 11 anni e posso dire che siamo stati una squadra cresciuta insieme, come una famiglia, perché cambiavano solo 2-3 elementi ogni anno. Quando abbiamo raggiunto la massima serie, ci siamo stretti vicini sapendo che un campionato di serie A contro squadre come Milan e Inter sarebbe stato molto difficile per noi; ad inizio di ogni stagione venivamo dati per spacciati, ma la nostra compattezza ci ha portato a scrivere le più belle pagine della storia di quella società. Siamo riusciti in questo intento solo perché siamo stati un vero gruppo, compatti sotto ogni aspetto, anche dopo le sconfitte più brucianti riuscivamo ad essere gli uni per gli altri compagni di squadra, amici e familiari allo stesso tempo. Abbiamo messo determinazione e combattività perché avevamo tutti quella voglia di raggiungere l’obiettivo comune il cui risultato si sarebbe svelato solo a fine campionato. L’unica cosa di cui eravamo certi era che se non avessimo lottato, non avremmo avuto speranze di farcela; quindi se una strada c’era per raggiungere l’obiettivo, sicuramente doveva passare attraverso l’impegno e la capacità di soffrire in determinati momenti.

Uno degli elementi più delicati nella storia di una persona che affronta il cancro è il rapporto con la possibile recidiva: aver raggiunto l’obiettivo della guarigione non basta a farti vivere tranquillo, servono gli strumenti per governare le paure di poter rivivere la situazione e, nel caso in cui la malattia possa ricomparire, serve avere il necessario supporto per accettare di affrontare di nuovo la sfida con la giusta attitudine. Come hai vissuto tu da calciatore la necessità di azzerare ogni anno le sensazioni positive dell’impresa costruita la stagione precedente per poter raggiungere un nuovo obiettivo ripartendo da capo?

Quando le cose andavano bene, era abbastanza semplice perché tutto sommato non azzeravamo ciò che la stagione precedente ci aveva lasciato: si migliorava in coesione e condivisione di momenti belli, per cui cercare di raggiungere una nuova impresa era tutto sommato agevolato dai residui dell’anno precedente. La vera difficoltà sportiva è stata vissuta quando siamo retrocessi in serie B con il Piacenza, perché era un po’ come se fosse finita la favola, se tutto fosse tornato alla realtà. Devo dire che è stata proprio in quella situazione che abbiamo avuto modo di esprimerci per il livello di uomini e sportivi che eravamo, per mostrare di che pasta fosse fatto il legame che avevamo saputo instaurare. Siamo stati gruppo, ci siamo compattati ulteriormente, cosa non comune, anche perché avevamo subito una batosta davvero forte per tutto l’ambiente, e l’anno successivo siamo subito tornati in serie A, combattendo, vincendo grazie alla solidità della nostra squadra famiglia, mettendo in pratica di nuovo da capo quelle cose che avevamo imparato e fatto nostre. Non è stato facile, ma se provi sulla tua pelle che giocarti le possibilità che un evento si possa verificare passa molto attraverso la tua azione, capisci che quella è la strada da percorrere, giorno dopo giorno; e se questo pensiero è condiviso da un’intera squadra di giocatori, staff, dirigenti, uomini, allora si possono scrivere, e ripetere, delle piccole imprese.

Se tu potessi pensare alla tua storia da atleta e potessi regalare a chi sta affrontando un tumore una caratteristica del tuo carattere che per te è stata determinante, cosa sceglieresti?

L’intensità durante gli allenamenti è stata la chiave della mia carriera. Non si arriva per caso ai risultati, gli obiettivi vanno raggiunti non solo giorno dopo giorno, ma anche minuto dopo minuto; per me che ero uno sportivo, l’allenamento era tutto ciò su cui potevo contare. Questo è quello che vorrei trasmettere anche ai miei giovani giocatori: siate intensi in ogni atto della vostra preparazione per raggiungere l’obiettivo, tenete duro anche di fronte ad ogni difficoltà: ce la si può fare, io ce l’ho fatta. Se potessi, è questo che mi piacerebbe trasmettere anche a chi sta combattendo contro un avversario chiamato cancro, ma forse non avrei nulla io da insegnare loro sotto questo profilo, forse dovrei essere io per primo ad osservare e ascoltare loro per imparare come si combatte secondo dopo secondo per difendere la propria vita.

Grazie Gianpiero, tu da oggi sei un atleta al fianco di chi lotta contro il cancro. Hai accettato questa sfida e l’hai vinta dando il contributo della tua esperienza e della tua sensibilità; il tumore si sconfigge con le terapie, ma le persone che lo combattono sono uomini prima ancora che pazienti, e il tuo contributo saprà dare a ognuno di questi uomini possibilità di trarre spunti utili poter compiere la propria grande impresa.

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